Rapporto Istat: ripresa azienda Italia a rischio

L'Istat, Istituto Nazionale di Statistica, ha pubblicato il 14° Rapporto annuale sulla situazione economica, demografica e sociale del Paese: oltre 7 (sette) milioni di Italiani al di sotto della soglia di povertà e scarse opportunità per un piano di recupero sempre meno plausibile a breve, medio termine.

Sette milioni di Italiani al di sotto della soglia di povertà. "L'Istat parla di un paese 'vulnerabile' e" - si legge su Repubblica - "con un'imbarazzante divergenza tra Nord e Sud. Carenza di innovazione, squilibri sociali ed economici, redditi distribuiti in maniera non equa". "L'indice di concentrazione dei redditi" - si legge sul Corriere della Sera - "colloca l'Italia, insieme a Portogallo, Spagna, Irlanda e Grecia, tra i Paesi europei a maggiore diseguaglianza tra ricchi e poveri. Il 20% delle famiglie più agiate detengono il 40% delle ricchezze italiane. Inoltre il nostro Paese si colloca tra quelli a minore mobilità sociale". "Pur con molta variabilità" - si legge su Ansa - "una famiglia su due ha un reddito mensile netto inferiore a 1.670. Ma ben un milione e mezzo di persone percepisce un reddito mensile basso, mediamente meno 783 euro, e vive in contesti familiari economicamente disagiati".

Il Governo Prodi deve fronteggiare le esigenze di un paese il cui stato di salute è in grave pericolo. D'altra parte non si può parlare di "eredità del passato governo", perché "di più non si poteva fare" di fronte al Mostro Euro e ai tradizionali giochi di potere, a prescindere da chi governa, per mettere/salvaguardare questa o quella poltrona sotto questo o quel sedere. Priorità di cui le generazioni politiche che si sono susseguite non potevano/possono fare a meno. Priorità che adombra il ruolo primario di un politico eletto ad una carica fondamentale per la gestione del Paese: il bene di chi lo ha eletto e di chi non lo ha eletto ma ha accettato razionalmente il suo mandato restando nei ranghi di una società fatta di regole e strumenti che dovrebbero garantire tutto e tutti e che invece garantiscono pochi e soliti.

Il problema di fondo non è il lavoro. L'Italiano medio lavora. Il discorso di lavoro precario regge fino al punto in cui l'Azienda che adotta la "formula del precariato", vale a dire il Contratto a Termine, non conviene che le qualità della persona meritano l'assunzione a tempo pieno. Questo accade in Atesia piuttosto che in Rai e addirittura in FAO, tanto per portare tre nomi forti in tre settori e orientamenti di lavoro differenti; l'ultimo addirittura al di fuori del contesto "lavoro in Italia", riflesso di come ci si muove nell'ambiente lavorativo in un contesto internazionale.

Il problema non è, secondo me, nemmeno il sistema Italia, buona o cattiva copia che sia di altri modelli europei. Se sono cittadino francese, tedesco, spagnolo, belga, olandese, avrò comunque i miei problemi. Problemi che emergono e che possono essere inquadrati solo in un un contesto di visione europea e che sono ben noti a chi si muove ed opera nei mercati emergenti, quindi in ambito extra europeo.

Il problema di fondo sono i salari di un operaio o di un impiegato che può contare solo sulle una-tantum (tredicesima etc.) per garantirsi quelle entrate che fanno la differenza tra povertà e vita al limite della decenza. Il problema sono quegli Italiani che pur lavorando otto-dieci-dodici ore al giorno non riescono a garantirsi un mese di tranquillità economica portando a casa l'equivalente di un milione e trecento delle vecchie lire. Non è un caso che uno stipendio medio decente sia arrivato alla soglia di 1700 euro: tre milioni e spiccioli delle vecchie lire per un potere d'acquisto di un milione e settecento mila lire. Il problema di fondo sta nel fatto che i sette milioni e mezzo d'italiani in soglia di povertà non sono in grado di contribuire fiscalmente ai bisogni del Paese. Il problema di fondo è una stagnazione economica che è durata troppo a lungo impedendo la messa in opera di lavori indispensabili per garantire infrastrutture e servizi necessari alla ripresa e allo sviluppo economico. Il digital divide italiano ne è una diretta conseguenza. L'allarme di Mario Draghi è tutt'ora valido ma la scadenza è vicina.

Una nota positiva: il PIL del primo trimestre 2006 è in crescita.