WTO: liberalizzazione dei mercati a rischio

Il WTO, World Trade Organization, figlio di quelle strategie di globalizzazione dei mercati sottoscritte nell'accordo di Doha del 2001, rischia l'involuzione e la disgregazione di fronte alla barriera dei dazi sull'importazione imposta sui prodotti agricoli da parte dei Mercati occidentali. Un problema, quello dei dazi, che ha sempre caratterizzato le politiche di blocco contro i Mercati emergenti e che ora rischia di far collassare l'intera base su cui poggiano i principi del WTO. Esistono ancora vie di fuga?


Le barriere innalzate contro l'import di prodotti agricoli destinati ai Mercati occidentali è il punto di scontro su cui si stanno confrontando da giorni i Grandi 20 (i Grandi Paesi dei Mercati emergenti) del WTO. "Il tempo a disposizione sta scadendo" - dice Pascal Lemy, Direttore Generale WTO - "Questa potrebbe essere l'ultima possibilità che abbiamo a disposizione per salvare cinque anni di lunghe trattative". Ginevra, così, rappresenta l'ultima spiaggia per un'intesa che ad oggi non sembra più tanto sicura, perché prima di tutto i Paesi più influenti vogliono delle garanzie a tutela degli interessi dei propri Mercati nazionali, garanzie che collidono con le esigenze di espansione dei Mercati emergenti e che generano pericolose prese di posizione aprioristiche. Il Corriere della Sera riporta un'affermazione del Ministro per le Politiche Agricole, Paolo De Castro, che è esemplifica la gravità del momento: "Qui ci giochiamo dieci finanziarie e altri Paesi, cme quelli nordeuropei, in proporzione si troverebbero a rinunciare a molto di più". L'Agricoltura, da sempre, rappresenta la porta d'accesso alle infrastrutture e servizi dei Paesi obiettivo delle politiche commerciali dei Paesi investitori. Il fatto che i Mercati emergenti siano oggi gli investitori e i Mercati occidentali gli obiettivi delle loro strategie commerciali, ha forzato una reazione naturale da parte dei Paesi interni all'Unione sullo scenario più sensibile e meglio connesso alle "nervature" politico-sociali dei Paesi investitori. Che il WTO abbia un ruolo fondamentale nel presente/futuro dell'economia globale è fuori discussione, come anche il fatto che l'organizzazione tenda a favorire i Paesi in area asiatica, fulcro di ciò che viene definito "primo mercato emergente". Non a caso l'India è uno dei catalizzatori di business più importante degli ultimi anni per il ruolo interno al WTO e, soprattutto, quale ponte tra le Realtà più importanti dei Mercati asiatici: ponte naturale con il Sud-est asiatico e la Cina, prima forza emergente.

Il caso di studio, Vietnam - USA:


Le barriere dei dazi e, in generale, delle imposte pro-contro determinate importazioni sono l'unica vera arma a disposizione dei Governi che si sentano in qualche modo minacciati dall'invasività commerciale di un Paese concorrente. Le politiche commerciali della Cina sono un esempio di quanto un Paese possa essere invasivo su Mercati non preparati al confronto (sottovalutato?). Lasciando da parte il discorso sui prodotti cinesi e le importazioni "incontrollate" del biennio 2004-2005, mi sposto su un Paese poco considerato da chi scrive e parla di Mercati emergenti che invece, secondo me, costituisce una delle chiavi di lettura per la comprensione dell'interdipendenza che lega gli opposti Occidente/Oriente e che non può prescindere dalla globalizzazione dei Mercati, basate, appunto, sul concetto di "liberalizzazione".
Il Vietnam è il ponte "silente" che permette agli USA d'interfacciarsi con i Mercati asiatici, con l'obiettivo dichiarato di ottimizzare l'interazione con la Prima Potenza asiatica e la probabile futura Prima potenza mondiale, la Cina. Dopo anni di chiusure, rivendicazioni, vendette, tra i due Paesi, il Vietnam è cambiato. O meglio, sta cambiando. I cambiamenti sono ancora in corso d’opera e non è possibile quantificare ora i tempi necessari affinché si riesca ad intervenire con successo definitivo in tutti i settori nevralgici del Paese, questo perché il Partito Comunista vietnamita (CPV) rimane la forza politica dominante del Vietnam, sebbene negli ultimi tempi siano cambiate diverse cose nel tessuto sociale-economico del Paese al punto che il Governo stesso, presa coscienza delle nuove tendenze, ha avviato un cambiamento progressivo delle Regole e delle Leggi considerate, solo sette anni fa, come fondamenta solide ed inattaccabili di un modello politico dichiaratamente Cina-amico. Promotori sorprendenti di questo cambiamento sono il Comitato Popolare e il Partito Comunista. Scopo primario di questo cambiamento è quello di permettere anche a persone esterne al Partito di ricoprire le cariche del potere (amministrativo, legale ed economico), aprendo Carriere anche ai Civili di più basso livello. Il che apre le porte a una complessa catena di eventi già avviata tre anni fa che si riflette nelle strategie politiche-economiche-commerciali a livello internazionale. Il Vietnam sta ridisegnando la propria immagine portandola nel XXI secolo, senza per questo tagliare i ponti con le tradizioni e la storia del suo popolo, il che rende questo Paese unico nel suo genere.
Oggi lo scontro sul "mercato dei gamberetti" e il blocco delle importazioni vietnamite sul mercato statunitense è un ricordo di strategie che non appartengono più a nessuno dei due Paesi. Accadeva un'era fa, oppure erano solo un paio di anni? Il riassunto: India e Vietnam sono forti esportatori di prodotti “pesca” come i Gamberetti, al punto che gli USA hanno dovuto rafforzare i Dazi, nei limiti WTO, per frenare l’invasione asiatica via India, veicolo del Vietnam in attesa di conferme al WTO. In altri termini? L'India appoggiava, appoggia, la candidatura del Vietnam e lo faceva/fa attivamente interagendo con quei Paesi che potevano/possono essere fondamentali per il conseguimento dell'obiettivo. Il processo che sta portando il Vietnam a relazionarsi con il suo antico nemico, abbattendo e passando sopra "faide ataviche" è alla base dei cambianenti che coinvolgono il Paese tutto, a più livelli. Cambiamenti necessari per attirare interessi e investimenti occidentali necessari per "fare il salto" e rinforzare di fatto l'asse che punta diretto al Mercato cinese: l'asse India-SudEstAsiatico.
C'è però un punto da chiarire: il Vietnam non è la Cina. Ne segue l’onda, ne è in parte “ausiliario”, ma persegue obiettivi che, ad un’analisi approfondita, sono diversi e diversificati al fine da crearsi le basi per poter raggiungere e superare il “punto di non ritorno” che separa l’area comunista da quella capitalista. Il Governo, il Partito, il Ministero degli Esteri, il Paese tutto sta spingendo per creare un ambiente competitivo che attragga investimenti esteri dalle Garandi Aziende occidentali, non da ultime da quelle degli Stati Uniti, che già nel 2005 erano pronti a “sbarcare” con uno dei nuovi modelli capitalistici dell’ultima generazione: la piattaforma iPod. Per cui, si al "Vietnam come ponte per la Cina", no al "Vietnam come colonia del Mercato cinese".
"Vietnam come ponte per la Cina" e come riferimento importante nei Mercati del Sud-Est asiatico, sono gli elementi cardine sia delle rinnovate ambizioni del Vietnam che dell' "inversione di rotta" delle politiche economiche statunitensi che hanno avvicinato le due Nazioni al punto che oggi perseguono un obiettivo in comune, quello prioritario per il Vietnam: entrare a pieno titolo nel WTO. Il 31 Maggio 2006, Vietnam e USA firmano un accordo bilaterale di “accessibilità” ai Mercati locali. In altri termini gli USA accolgono il Vietnam quale business partner “alla pari”. Tale accordo è stato ratificato a Washington il 13 Giugno 2006 con l’introduzione nella Legislazione americana del Vietnam Permanent Normal Trade Relations status (“PNTR” in PDF). Dalla ratificazione del PNTR il Vietnam ha un nuovo potente alleato. Un alleato pronto a farsi garante e a discutere con il suo nuovo partner i termini di accesso al WTO durante un Breakfast meeting a Washington organizzato il 27 Giugno 2006, allo scopo di presentare i benefici dell’entrata del Vietnam nel WTO.

Si può parlare ancora di vie di fuga?


Vietnam e USA evidenziano come la globalizzazione e la liberalizzazione dei Mercati segni il passo tra due modi di vedere e fare commercio. Gli interessi nazionali sono oggi, più di ieri, direttamente dipendenti dal grado di liberalizzazione offerto/garantito dal WTO. Il WTO è il cuore pulsante dei Mercati emergenti e questi ultimi sono il punto di riferimento dei Mercati occidentali, le cui strategie sono state riadeguate in funzione dei primi. Oggi le due Realtà globali sono interdipendenti: l'una non può prescindere dall'altra. Nel corso dell'ultimo triennio il business delle Grandi Aziende occidentali si è progressivamente spostato verso oriente, con investimenti diretti sia sulle infrastrutture che sui servizi. Intere città cinesi, thailandesi, indiane hanno goduto e godono dei benefici di questi partners, segnando mutamenti nelle culture e nelle politiche dei Paesi in cui l'interazione Occidente/Oriente è "vita quaotidiana". Si produce ad Oriente per importare in Occidente. Era una realtà dieci anni fa, lo è a maggior ragione oggi. Un'evoluzione che non si è mai arrestata e che la liberalizzazione dei Mercati ha di fatto accelerato. Eppure in questi giorni, a Ginevra "e dintorni" si mettono le mani avanti. Si accenna, neanche poi tanto velatamente, a "vie di fuga" nel caso in cui l'intero "castello" crolli sulle sue fondamenta a causa dell'Agricoltura (nel senso più ampio del termine) e degli interessi locali dei Paesi occidentali che tra sussidi, appalti, investimenti è fonte di un giro di denaro che muove troppi interessi perché si conceda lo spazio di manovra necessario per superare la crisi. Il capo espiatorio? L'Europa e le sue Barriere commerciali. Il grande accusatore? Gli USA, nuovo Grande Alleato dei G20. E l'Europa che fa? Tira le somme mettendo sul piatto della bilancia le alternative conseguenti al fallimento. Cercando vie di fuga improponibili in un Mercato globale segnato dall' "effetto domino" delle interdipendenze: crollo io, crolli tu e tu e tu. A Ginevra si punta ad una "dichiarazione d'impegno" per il raggiungimento dell'intesa necessaria a preservare quanto di buono è stato fatto negli ultimi anni, e a fatica considerando bruschi stop come quello della Conferenza ministeriale sul negoziato agricolo di Hong Kong del 2003. Entro il mese entrante l'intesa deve essere raggiunta ad ogni costo. Questa è l'unica cosa che hanno ben chiara tutti i Paesi che fanno parte del WTO. Il fatto che qualcuno remi controcorrente potrebbe complicare un pochino le cose.