iCloud & gli altri: Beam-It docet

E così l'annunciato iCloud di Apple è stato puntualmente presentato a inizio giugno: e potrebbe essere una rivoluzione. Anche se, a ben vedere, per alcuni versi è una rivoluzione che ha almeno dieci anni. Intanto The Pirate Bay e Techdirt avvertono..

Di "cloud", "nuvole" in cui immagazzinare i nostri dati se ne parla da anni, spesso troppo e a sproposito. Se è vero che molti già fanno uso di sistemi che consentono di immagazzinare e magari condividere dati sui propri diversi pc o con altre persone - pensiamo ad esempio alle cartelle condivise in Dropbox - è pur vero che molte società si sono buttate su questa idea senza sapere bene dove andare a parare.

E' sembrato il caso di Amazon con i suoi Cloud Drive e Cloud Player, e di Google con Music Beta. Due strumenti potenzialmente interessanti ma anche due belle scatole vuote da riempire, spesso a fatica, mentre la scatola di Apple si annuncia come potenzialmente già ricchissima. Non solo un posto dove "appoggiare" i contenuti esistenti, ma molto di più. Per l'aspetto musicale - che è l'ambito di interesse di chi scrive dai giorni in cui "mp3" era ancora un termine arcano per i più - iTunes in the Cloud sbanca con iTunes Match, in particolare.


In pratica, Amazon e Google propongono due spazi dove appoggiare i propri film, mp3, immagini e via dicendo. Apple, oltre a un ampio spazio per i propri acquisti di musica digitale, consente di organizzare la propria libreria già esistente, caricando quanto non disponibile in iTunes e integrandolo nella "nuvola", ma trovandosi già a disposizione nel proprio spazio gli mp3 esistenti, quale che sia la loro provenienza, nel formato e nella qualità del catalogo venduto da Apple.


[ segui la storia.. ]
Il comunicato in cui Hilary Rosen,
allora CEO della RIAA,
commentava la vittoria nella causa
Universal against MP3.com.
Per la verità, accedere a copie online di materiale di cui si è già legalmente in possesso è una vecchissima idea. Più di un decennio fa, Beam-It era un software che "convertiva" un cd (in realtà lo leggeva, ne effettuava il riconoscimento e accedeva a una libreria prefabbricata, online) e permetteva di ascoltare online la versione mp3 in streaming. Era un servizio dell'originale Mp3.com e questo costò al sito - che allora dominava la scena la propria posizione - e al suo fondatore, Michael Robertson, la proprietà del sito stesso. Il tutto perché la più grande tra le Major del disco, Universal, riuscì a convincere un giudice di una avvenuta violazione di copyright nell'ambito del predetto servizio che - va detto - aveva peraltro acquistato decine di migliaia di cd per poterli inserire nel proprio server. Il caso risaliva al 4 maggio 2000 (2000 U.S. Dist. LEXIS 5761) e fu di competenza della Corte Distrettuale degli Stati Uniti per il Distretto Sud di New York. I motivi della causa intentata dalle etichette del gruppo Universal sotto l'egida della RIAA (Recording Industry Association of America) si riassumevano nella citazione per "violazione del copyright, con l'accusa di aver copiato su server produzioni ad usufrutto degli abbonati al servizio Beam-It".

La situazione è ben diversa, oggi. iCloud - a differenza dei servizi di Amazon e Google - parte col benestare delle major e coi loro repertori in tasca. I ricchi anticipi - notano alcuni - sono non solo un modo di tirare un bel respiro (e forse persino allontanarsi in via definitiva dalla prospettiva della bancarotta, per un nome in particolare) ma anche un modo di recuperare danari dagli mp3 mai pagati, scaricati da eMule, BitTorrent o dal primo, vecchissimo Napster, una vita fa.

Da questo aspetto - e dal "cedere il controllo" ad Apple o altri soggetti, magari pagando due volte musica che si è già pagata (su altri siti o in cd originali, regolarmente acquistati) - gli utenti vengono però messi in guarda da alcuni, come Peter Sunde, cofondatore di The Pirate Bay e Mike Masnick su Techdirt. Quest'ultimo in particolare commenta: "Ho già delle alternative per quasi tutte le funzioni che offre Apple. E non mi è chiaro perché dovrei pagare 25 dollari l'anno ad Apple per accedere alla musica che ho già pagato".

Per il momento, comunque, noi italiani restiamo fuori. Funziona in parte (e per pochi fortunati "invitati") Music Beta di Google. Per il resto, il paradiso, anzi, la "nuvola", può attendere...

[ N.d.R. ] Ad oggi i servizi cloud di Amazon, Apple e Google rappresentano l'ultima opportunità per le Major di evitare di mangiare sugli artisti per rientrare degli incassi mancati a causa della pirateria. Nell'ultimo decennio sono state portare avanti pratiche sciagurate/disordinate "giustificate" come conseguenza dell'assedio tecnologico subito dal Mercato della Musica. Le azioni legali degli ultimi anni dimostrano quanto sia delicata la situazione, come la recente nuova class action promessa alla Universal da una cordata di artisti insoddisfatti delle royalty sulla vendita degli mp3 non proprio "entusiasmanti". A partire da Eminem fino a Whitesnake..

Se da una parte, l'esigenza vitale (che chiama sopravvivenza) delle Major è quella di riempire in qualche modo i buchi neri dovuti al rifiuto preconcetto di adeguarsi ai cambiamenti sulla falsa riga di un'idea di marketing che non esiste più, dall'altra il peer-to-peer - la pirateria musicale in generale - testimoniano l'inadeguatezza delle lobbies musicali al mutare dei tempi, arroccate in "palazzi" inadeguati ai cambiamenti tecnologici dell'ultimo decennio. Un'esigenza, la sopravvivenza, che dalla Rete si riflette su ogni altro comparto coinvolto dal rapporto royality/artista. Nel 2008, la pratica sciagurata del compensare le perdite spremendo le entrate sicure portò ad un'azione legale che durò 3 anni: class action in Canada contro Warner, EMI, Universal e Sony, accusate da un gruppo di artisti di pirateria e che costò alle Major la ragguardevole somma di 45 milioni di dollari.