Speculati d'Italia da Bankitalia alle violenze romane

La guerriglia di Roma ha contribuito alla demolizione dell'immagine italiana all'estero. Così come il recente "ballottaggio" dei papabili alla direzione di Bankitalia, condizionato dal caso Lorenzo Bini Smaghi e dalla sua decisione di non lasciare il proprio posto al "corrispettivo" francese nel "CdA" della Banca Centrale Europea in seguito alla nomina di Mario Draghi alla presidenza BCE. La Guerriglia di Roma e il solito rincorrere preferenze fino all'ultimo minuto utile: due facce di una medaglia che sfregia il petto di un'Italia sempre più indecisa, spaventata e indignata.

Comunque finirà, la posizione in cui si è trovato Lorenzo Bini Smaghi - persona che ha tutte le caratteristiche per ricoprire il ruolo di Governatore in Bankitalia ma che non era la prima scelta per garantire quell'autonomia necessaria alla prima istituzione bancaria italiana - il cui comportamento è stato additato da Gian Luca Galletti (Vicepresidente dei Deputati Udc) come vergognoso.. è una posizione forzata da eventi passati.

La Banca Centrale Europea non ammette interventi/pressioni sui membri del consiglio da parte dei loro Governi, così come chiarito dall' Articolo 7 del Protocollo sullo Statuto SEBC e BCE: "Conformemente all'articolo 108 del trattato, nell'esercizio dei poteri e nell'assolvimento dei compiti e dei doveri loro attribuiti dal trattato e dal presente statuto, né la BCE, né una banca centrale nazionale, né un membro dei rispettivi organi decisionali possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni o dagli organi comunitari, dai governi degli Stati membri né da qualsiasi altro organismo".

Pochi ricordano l'affermazione del Presidente francese Nicolas Sarkozy: "Le prospettive di carriera dei singoli sono senz'altro appassionanti, ma ci sono interessi superiori più importanti. Due italiani su sei membri del board della Bce non rappresentano una soluzione molto europea". Affermazione diventata poi un reclamo ufficiale. E ancora meno probabilmente rammentano la nota diffusa pochi giorni prima a corollario dell'incontro a Palazzo Chigi tra il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il dottor Bini Smaghi: "Nel colloquio, in previsione della prossima nomina di Mario Draghi a presidente della Banca centrale europea, il presidente Berlusconi ha chiesto al dottor Bini Smaghi di compiere spontaneamente e responsabilmente un passo indietro, dando le proprie dimissioni, nel pieno rispetto dell'autonomia della Banca Centrale Europea". Le resistenze di Bini Smaghi (che tra l'altro non piace al direttivo di Bankitalia, pronta a mobilitarsi) potevano e dovevano essere affrontate in altro modo. Il Caso Bini Smaghi è nato grazie all'Italia prima e la Francia poi che hanno "costretto" il Consigliere a difendere il suo posto e a diventare di fatto "l'ago della bilancia" per la successione a nuovo Governatore. Come pasticcio un capolavoro, ha titolato l'editoriale di Ferruccio de Bortoli (Direttore del Corriere della Sera) del 20 Ottobre 2011: "... Fonti del governo sostengono che la scelta cadrebbe su Bini Smaghi anche per l'impossibilità di trovargli una collocazione di pari dignità. Un incarico che possa accettare per dimettersi dalla Bce, senza dare l'impressione di un'ingerenza della politica in un organo la cui indipendenza è garantita da un trattato ...".

Il ballottaggio che riunisce i nomi di Bini Smaghi, Saccomanni, Grilli, Tarantola, Visco - tutte persone (Tarantola e Visco sono Vicedirettori in Banca d'Italia) che hanno competenze e spessore per ricoprire il ruolo di Governatore - dovrebbe essere vincolato alla garanzia dell'autonomia di Bankitalia in eco al già citato Articolo 7 del protocollo europeo. Il ballottaggio tiene ancora in forse la poltrona francese in BCE e, nel farlo, lede all'immagine dell'Italia alla stregua di quanto ha fatto la guerriglia romana. Malgrado alcune voci fuori dal coro che decantano la ripresa economica dell'Italia - dicendo che il Financial Times dice per poi passare a elencare i numeri delle caldane d'estate e report statistici le cui proiezioni, purtroppo, non possono considerare le spaventose oscillazioni a cui sono soggetti i Mercati internazionali in balia dell'onda crisi - la realtà dei fatti afferma che il tradizionale balletto tutto italiano attorno alla poltrona di Governatore Bankitalia aumenta la diffidenza internazionale verso la reattività italiana (finanziaria prima ed economica poi), in precedenza alimentata dalle infinite versioni della risposta alle richieste BCE e non solo. Le perdite di fiducia che l'Italia sta "collezionando" si ripercuotono sull'economia nazionale che, senza credibilità, ha ben poco da pretendere (e aspettarsi) dai futuri movimenti del Made in Italy.

La Guerriglia di Roma è l'altra faccia della medaglia. Gli scontri del Sabato dell'Indignazione Globale hanno indignato un po' tutti e lasciato spazio alle speculazioni di parte oltre che alle reazioni francesi "costretti" a ripristinare le frontiere per il prossimo G20 a Cannes. Sfiducia che alimenta sfiducia in un Paese che fa degli Scontri di Piazza San Giovanni l'humus per quelli (soliti) dialettici e culturali e "strategici": mentre si recitava la Lettera alla BCE sullo sfondo di una foto degli scontri e iniziava la caccia agli estremisti nostrani supportata dalla buona iniziativa dei wanted, uno dei violenti trovava il tempo di rilasciare un'intervista in cui spiegava per filo e per segno le azioni e le strategie che hanno sconvolto il sabato romano.

Le cronache dei giorni scorsi hanno sviscerato tutto lo sviscerabile sulle violenze romane, costringendo a margine le motivazioni di una giornata globale che aveva coinvolto oltre 750 città in tutto il mondo. I manifestanti romani sono stati tacciati a più riprese di essere senza identità, mossi da motivazioni ingenue, di essere un movimento politico senza spina dorsale. Ogni dibattito televisivo ha evidenziato le mancanze di quel "movimento" piuttosto che le ragioni, che non stavano nelle voci dei singoli intervistati esponenti di quel collettivo, di quel sindacato, ma nel Manifesto Apolitico a cui non è stata data voce, grazie anche alla Guerriglia che ha adombrato tutto e tutti. Chi è sceso in piazza, la maggioranza non appartenente a nessun collettivo/movimento/sindacato/partito, lo ha fatto smosso da un'indignazione tutta personale. Le singole motivazioni, poste al vaglio di un'analisi critica, possono apparire irrilevanti o senza "contenuto" ma ciò che non è stato fatto è considerare la globalità indignata a prescindere dai singoli motori indignati. Il più grave errore di valutazione commesso è stato quello di tacciare gli Indignados italiani di volere uno stato assistenzialista che si prendesse cura di loro proteggendoli da una crisi che non li riguarda.

Ciò che la gente chiede è una reazione concreta della Politica (destra, centro, sinistra) da cui oggi pochi si sentono rappresentati. Dando spazio a chi sosteneva il diritto del popolo a governare, sostituendosi alla politica, si è distorto il valore dell'indignazione italiana mentre in tutto il mondo le altre nazioni lasciavano il "microfono" ai loro cittadini. Due esempi agli antipodi: gli Indignados americani, "scatenati" dall'assistenzialismo del Governo USA a JP Morgan che ha percepito decine e decine di milioni di dollari esentasse  "ringraziando" con il licenziamento di migliaia e migliaia di dipendenti; gli Indignados greci che si vedono praticamente azzerato il loro potere di acquisto, ridotti gli stipendi di centinaia di euro, aumentate le tasse, con il Governo preso d'assediocostretto a manovrare con i giorni contati per evitare il fallimento ed ottenere dalla BCE quegli 8 miliardi di euro che garantirebbero la Grecia dall'incubo del ritorno alla Dracma.

Urlo! racconta la manifestazione di Roma da una prospettiva differente e per alcuni versi nuova e inedita. Un contributo per dar voce all'Indignazione italiana come gli spettava di diritto già dal giorno seguente gli scontri, attraverso tre punti di vista di tre giornalisti che hanno partecipato al Sabato degli Indignados e con una galleria d'immagini del corteo e degli scontri.



IN ITALIA NON SIAMO PRONTI PER INDIGNARCI
Stefano Cangiano Benvenuti all'inferno. Perché questo è diventata una manifestazione che poteva essere un momento lungo qualche ora in cui ognuno, con le sue rivendicazioni e i suoi problemi..

[ ... ] E poi ho visto le orde di incappucciati correre tra queste persone seminando la paura e la tensione, ho visto fascisti infiltrati dare addosso a cittadini che cercavano di mandare via i black bloc, minacciandoli e aggredendoli, ho visto barricate ovunque, da via Labicana a via Taranto, passando per via Appia, cassonetti per strada incendiati, vetrine distrutte, commercianti impauriti che si sbrigavano a chiudere le saracinesche, ho visto la tensione di quei corpi che si affannavano a prendere san pietrini da due chili per tirarli ai carabinieri pronti alla carica, ho visto camion della polizia che non avrei mai immaginato di vedere in un paese moderno e civile. Ho visto i manifestanti, quelli veri, scappare da quella guerra e la protesta scomparire sotto le urla e la violenza di quegli assatanati che godevano nell'incendiare macchine di sconosciuti, magari di lavoratori precari o nel lanciare molotov che avrebbero potuto uccidere qualcuno. E ho visto i dati, solo quelli negativi, perché alla fine della giornata nessuno sapeva nemmeno quanti fossero i partecipanti alla manifestazione ma tutti sapevano che i feriti erano novanta, tra cui un ragazzo che rischia di perdere un occhio e due carabinieri con una gamba rotta, e 12 arresti. Solo 12 arresti. [ ... ]


FOOLS WE KNOW WHAT YOU'VE DONE!
Leonardo Mancini riflette sulla manifestazione che ha vissuto, sui motivi e sulle conseguenze, attraverso le parole e i suoi scatti in esclusiva.

[ ... ] Non c’è stato modo di far capire che non si chiedeva solamente un nuovo governo per l’Italia, ma che si puntava più in alto. Si guardava al funzionamento della Banca Centrale Europea, ai meccanismi del Fondo Monetario Internazionale e al sistema della finanza mondiale. Si cercava di capire il perché di una crisi che dal 2008 ad oggi non lascia intravedere una fine. Quello sceso in piazza sabato è un movimento che cerca di uscire dalla nicchia, per il semplice fatto che oramai ci sta stretto. Dopo l’appuntamento referendario, tutti gli attivisti che nelle piazze hanno creduto fino in fondo in una vittoria si sono contati, e si sono resi conto del loro numero. Qualche cosa si poteva fare e andava fatta. Gli indignados? Solo un nome e un appuntamento per far sentire la propria voce. Questa è la manifestazione che non abbiamo avuto il 15 ottobre. [ ... ]


SICUREZZA E PARTECIPAZIONE: IL BINOMIO DIVENTA DUALISMO ?
Fabio Grilli sul significato della partecipazione a questa manifestazione, in questo Paese e in questo momento storico. La storia suggerisce che l'ordine dei cortei si costruisce prima di tutto dall'interno.

[ ... ] Poi c’è un’altra questione. Ed è relativa all’informazione che, alcune frange violente, non vogliono si attivi. Le immagini di reflex fracassate, di obiettivi divelti, di colleghi insultati e malmenati, cominciano a ingolfare l’etere. Forse le notano soltanto gli addetti ai lavori. Ma sono un segnale inequivocabile di una rivolta disperata, cieca e senza sbocchi, che non vuole neppure mostrarsi. Nemmeno sotto un casco o dietro un maschera antigas. Vuole esistere solo nella disperazione di quanti, accorsi con intenzioni pacifiche, non riescono a spiegarsi perché sia accaduto. Oppure nella soddisfazione di chi, al governo come all’opposizione, non perde occasione per chiedere l’approvazione di leggi speciali che, in quanto tali, sono strordinariamente fuori dal tracciato democratico. [ ... ]