Articolo 18: il Welfare che non c'è tra Confindustria, Fiom e Marchionne alla finestra

Il Made in Italy, finanche Handmade, è un'idea di Cultura e Competenze che non può essere limitata all'appeal di un Marchio. Il Brand aiuta a muovere cultura e interessi nella misura in cui riesce ad interpretare e soddisfare la base sociale da cui attinge competenze professionali. Azione che alle aziende italiane "senza Welfare" non riesce più, complice una crisi che non fa più sconti a nessuno. Il Welfare ? NON è l'Articolo 18 ma è ANCHE quello, Marchionne permettendo.

Sussidiarietà, assistenzialismo e, oggi, la Riforma del Lavoro e quell' Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (Legge n. 300 del 20 Maggio 1970) che non si deve toccare ma che si deve toccare perché dopo aver voluto la bicicletta (prima e "seconda" Repubblica) è ora d'incominciare a pedalare sul serio senza perdere altro tempo prezioso a piangere sul latte versato. Lo Statuto dei Lavoratori negli ultimi dieci anni è stato oggetto di periodici tentativi di riforma senza successo a cui puntualmente si sono opposte le forze sindacali a partire dalla grande manifestazione del 23 Marzo 2002. L'attuale Governo Tecnico ne considera sacrificabile l'Articolo 18, nella sua forma attuale, per il bene dello sviluppo del Paese. L'Articolo in questione riguarda la tutela di un lavoratore dal licenziamento illegittimo solo se impiegato in aziende con più di 15 dipendenti, fatta eccezione per le imprese agricole in cui il limite minimo si abbassa a 5 dipendenti. Questa tutela si attiva solo nel caso in cui la Giurisprudenza italiana abbia riscontrato in fase di giudizio l'illegittimità del licenziamento. I numeri relativi ai casi arrivati in giudizio nel corso del 2011 - e poi giunti in Cassazione per la sentenza definitiva - chiamano in causa l'Articolo 18 pochissime volte perché le sanzioni previste al comma 4 dell'Articolo sono un forte deterrente per gli imprenditori.

Statuto dei Lavoratori
Articolo 18
Reintegrazione nel posto di lavoro

1. Ferme restando l'esperibilità delle procedure previste dall'articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell'articolo 2 della predetta legge o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo, ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro. Tali disposizioni si applicano altresì ai datori di lavoro, imprenditori e non imprenditori, che nell'ambito dello stesso comune occupano più di quindici dipendenti ed alle imprese agricole che nel medesimo ambito territoriale occupano più di cinque dipendenti, anche se ciascuna unità produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti, e in ogni caso al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che occupa alle sue dipendenze più di sessanta prestatori di lavoro.

2. Ai fini del computo del numero dei prestatori di lavoro di cui primo comma si tiene conto anche dei lavoratori assunti con contratto di formazione e lavoro, dei lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato parziale, per la quota di orario effettivamente svolto, tenendo conto, a tale proposito, che il computo delle unità lavorative fa riferimento all'orario previsto dalla contrattazione collettiva del settore. Non si computano il coniuge ed i parenti del datore di lavoro entro il secondo grado in linea diretta e in linea collaterale.

3. Il computo dei limiti occupazionali di cui al secondo comma non incide su norme o istituti che prevedono agevolazioni finanziarie o creditizie.

4. Il giudice con la sentenza di cui al primo comma condanna il datore di lavoro al risarcimento del danno subito dal lavoratore per il licenziamento di cui sia stata accertata l'inefficacia o l'invalidità stabilendo un'indennità commisurata alla retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell'effettiva reintegrazione e al versamento dei contributi assistenziali e previdenziali dal momento del licenziamento al momento dell'effettiva reintegrazione; in ogni caso la misura del risarcimento non potrà essere inferiore a cinque mensilità di retribuzione globale di fatto.

5. Fermo restando il diritto al risarcimento del danno così come previsto al quarto comma, al prestatore di lavoro è data la facoltà di chiedere al datore di lavoro in sostituzione della reintegrazione nel posto di lavoro, un'indennità pari a quindici mensilità di retribuzione globale di fatto. Qualora il lavoratore entro trenta giorni dal ricevimento dell'invito del datore di lavoro non abbia ripreso il servizio, né abbia richiesto entro trenta giorni dalla comunicazione del deposito della sentenza il pagamento dell'indennità di cui al presente comma, il rapporto di lavoro si intende risolto allo spirare dei termini predetti.

6. La sentenza pronunciata nel giudizio di cui al primo comma è provvisoriamente esecutiva.

7. Nell'ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all'articolo 22, su istanza congiunta del lavoratore e del sindacato cui questi aderisce o conferisca mandato, il giudice, in ogni stato e grado del giudizio di merito, può disporre con ordinanza, quando ritenga irrilevanti o insufficienti gli elementi di prova forniti dal datore di lavoro, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro.

8. L'ordinanza di cui al comma precedente può essere impugnata con reclamo immediato al giudice medesimo che l'ha pronunciata. Si applicano le disposizioni dell'articolo 178, terzo, quarto, quinto e sesto comma del codice di procedura civile.

9. L'ordinanza può essere revocata con la sentenza che decide la causa.

10. Nell'ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all'articolo 22, il datore di lavoro che non ottempera alla sentenza di cui al primo comma ovvero all'ordinanza di cui al quarto comma, non impugnata o confermata dal giudice che l'ha pronunciata, è tenuto anche, per ogni giorno di ritardo, al pagamento a favore del Fondo adeguamento pensioni di una somma pari all'importo della retribuzione dovuta al lavoratore.

Le modifiche all' Articolo 18 fanno parte del Disegno di Legge recante disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita. La bozza del Disegno di Legge non è definitiva ma è sufficiente per inquadrare i perché dietro l'utilizzo improprio dell'Articolo come bandiera in difesa del Welfare. La rubrica cambia da "Reintegrazione nel posto di lavoro" all'identità di "Tutela del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo", considerando che l'Articolo 18 è l'unico baluardo previsto dalla Legge italiana contro tale eventualità. Considerate le modifiche proposte, parlare di un attentato al Welfare prima e alla Costituzione poi, è uno spregio.



La presidente uscente di Confindustria, Emma Marcegaglia, dichiara al Financial Times che è "meglio non avere niente se il Parlamento non cambia il testo. Questa riforma del mercato del lavoro non è ciò di cui aveva bisogno il Paese" per colpa di un "può" al posto di un "deve". Sconcertante, il fatto che la proposta di modifica sia stata recepita a compartimenti stagni. Replica di Monti: "Per Marcegaglia la riforma è pessima ? Si assuma la responsabilità di quello che ha detto. Tre mesi fa la Confindustria non avrebbe nemmeno potuto sperare che il licenziamento per motivi economici diventasse in Italia come è nei Paesi dove c'è maggiore flessibilità e che il ruolo del reintegro fosse limitato come è con questa riforma, solo a casi di abuso di licenziamenti economici". All'esternazione del Presidente del Consiglio si aggiunge quel "Prima di tutto bisognerebbe essere responsabili anche nei messaggi che si mandano ai mercati e all’estero, bisognerebbe davvero recuperare una rappresentazione corretta e non distorta delle cose e poi, prima di rilasciare certe dichiarazioni, l’articolato avrebbe meritato una lettura più pacata e attenta" di Elsa Fornero, Ministro del Welfare dall' intervista di Mario Calabresi a fare quadrato contro gli inevitabili attacchi della "campagna" comunicativa in supporto dell'interesse ferito che in questo caso parla la lingua del Financial Times, del Wall Street Journal - a cui Mario Monti replica con una lettera aperta al giornale - e del FIOM-CGIL per cui il problema è si una questione di grammatica e di flessibilità interpretativa ma soprattutto è che "è stato svuotato il senso e il contenuto dell'articolo 18. Oggi il licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo da diritto al reintegro nel posto di lavoro. Con la proposta del governo, che spacchetta i motivi del licenziamento, il risultato è che in molti casi non c'è più il reintegro ma un risarcimento economico" - spiega Maurizio Landini al Corriere della Sera in un'intervista di Enrico Marro. All'estremo opposto, Marchionne con la sua interpretazione del Welfare.


"I diritti vanno tutelati ma se continuiamo a vivere di soli diritti, di diritti moriremo", Sergio Marchionne dall' Università Bocconi il 30 Marzo 2012. Per l' A.D. della Fiat e della Chrysler, specializzato in delocalizzazione delle risorse umane ed economiche, il Welfare italiano a cui deve tanto è un'entità da smantellare.


Uno stato assistenzialista crea generazioni senza spina dorsale che non si assumono le proprie responsabilità sperando sempre che altri lo facciano al posto loro. Questa è il punto di vista di Marchionne con riferimento chiaramente sottinteso al vissuto di Termini Imerese. Ma con tutta la buona volontà, Marchionne non fa testo. Limitare la visione del Welfare all'assistenzialismo è già di per sé una dimostrazione d'ignoranza culturale e, anche lasciando passare il concetto distorto, le cose non migliorano considerando che Marchionne sembra aver rimosso che deve al Welfare italiano tutto il Tempo in più che ha utilizzato per approdare in Brasile passando per l' India, delocalizzare e rilanciare il modello Fiat.


ADV Magazine
26 Luglio 2006
Il rilancio della Fiat passa per i Mercati emergenti
Undici accordi finanziari in area Unione Europea e Asia danno il via al rilancio globale della Fiat. La Grande Punto sbarca in India mentre l'azienda di Torino è pronta a replicare in Cina e America Latina.

Roma - Dall'intesa finanziaria raggiunta in Francia con il Crédit Agricole, passando per la Russia con l'accordo Severstal per la produzione e la distribuzione del Ducato per il mercato locale e l'export, fino ad arrivare ai Cinesi di Saic e di Chongqing, la Fiat rilancia il proprio brand a livello globale sulla scia del successo della Grande Punto e di utili trimestrali superiori alle aspettative degli analisti. Ed è proprio la Grande Punto al centro del nuovo accordo con l'azienda indiana Tata Motors che sottolinea con forza l'intenzione della Fiat d'investire pesantemente sui Mercati emergenti e, in particolar modo, su quelli delle prime due potenze asiatiche (India e Cina).

Tata Motors è la più importante azienda indiana di automobili e l'intenzione della Fiat è quella di utilizzare quest'alleanza strategica sia per "muovere vendite" all'interno del Mercato indiano, sia per "intervenire" in scenari dove è già inserita la Tata Motors, in primo luogo l'America Latina. E' infatti proprio l'America Latina al centro del nuovo accordo con Tata, la cui durata è stata fissata in 60 giorni, tempo entro cui, si legge nel comunicato stampa ufficiale, Fiat e Tata valuteranno una possibile cooperazione industriale e commerciale in America Latina. "Come abbiamo detto alla firma dell’accordo di distribuzione in India, nello scorso gennaio" - spiega nel comunicato Sergio Marchionne, Ad Gruppo Fiat - "questa è una alleanza strategica tra i Gruppi Fiat e Tata che procede attraverso la valorizzazione dei rispettivi punti di forza e la continua ricerca di nuove opportunità da sfruttare congiuntamente, non solo in India ma su scala globale".

Fin qui il Welfare tradotto nella lingua delle Grandi Aziende a cui la Politica è tenuta a rendere conto. Quando il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, afferma che "la coesione sociale e' importante per la crescita del paese e non significa immobilismo ma mettere in piedi un sistema di welfare e sicurezza sociale diverso da quello che e' stato creato in passato" e aggiunge che "la maggiore incompiutezza del processo di unificazione dell'Italia e' il divario fra Nord e Sud, una questione che non siamo riusciti a colmare", si entra in un circolo vizioso, pericoloso.

© Vauro
Il Welfare italiano è stato frenato, burocratizzato e sminuito da normative che l'hanno reso obsoleto. Ora il sistema va rivisito ma non è colpa del "vecchio" Welfare se le cose non vanno. Il Nord chiama cassa e il Sud accetta il gioco. Il Nord, ben rappresentato dalla sua cultura dei fondi in nero e del lavoro irregolare che hanno contribuito a regalare al Paese diverse delle problematiche sociali battute dalla cronaca più attuale. Il Sud, tutto raccontato dalla saga della Salerno Reggio Calabria oppure da certi comuni montani che se la ridono ben saldi a qualche manciata di metri sopra (o sotto) il livello del mare. Al Centro il Welfare considerato ospite scomodo, perfino in scenari ideali.. un'ancòra sulla fonda e sopra, all'altra estremità, la creatività di un Made In Italy ancorato di satira che si difende senza la dignità di ammettere che a monte c'è davvero un problema serio a cui porre rimedio, prima di qualsiasi sterile difesa di competenze.

Welfare e Made In Italy sono intimamente correlati. Un Welfare che funziona spinge Sviluppo perché, come primo motore d'aggregazione sociale, apre su direttrici culturali e d' identità sociali prima che nazionali. Questi fattori determinano tutti insieme la forza e l'appeal del Made In Italy.. quello dei prodotti e dei servizi, della creatività e delle idee.

Il fatto che il Welfare sia stato messo a margine sulle tavole rotonde che contano (e purtroppo lo sarà sempre di più malgrado periodici manifestini programmatici) o se ne parli sul serio solo da prospettive d'assistenzialismo e di lavoro, aliena il Made In dal brand Nazione trasformandolo in una caricatura di filiera aziendale fondata sul registratore di cassa, per altro tarato anche male.


Fiat, Ferrari, Armani, Valentino, Benetton e tutte le Grandi Aziende in generale non fanno Made in Italy e non lo rappresentano. I loro modelli economici e finanziari sono inevitabilmente strutturati per essere sovranazionali e logicamente vorrebbero un Welfare a misura d'esigenza. Lo stesso discorso vale per i gruppi di potere che non fanno e non raccontano Made in Italy anche se nati per svilupparsi su direttrici sociali. La cultura del Made in Italy è fondata sulle Piccole e Medie Imprese (PMI) italiane e rappresentata da micro realtà sociali che, sparse sull'intero territorio nazionale, tutte insieme lo definiscono: senza le PMI del Nord-Est non ci sarebbe Cultura del Made in Italy ma lo stesso varrebbe se scomparissero le PMI del Sud. Chi afferma il contrario insegue interessi di parte alla stregua di quanto fa un lobbista nel promuovere quelli dei suoi clienti, con la differenza che l'attività di una lobby - se agisce entro limiti etici prima che di normative comunitarie - non può prescindere dal Welfare, così come non possono le PMI (credito docet, pourparler) e in egual misura i Creativi che le servono.