La Pressione fiscale sulla Musica ? Quell' Insostenibile assenza di Riferimenti sociali prima che economici

Cinquanta euro fanno la differenza nell'economia che ruota intorno ai concerti ? La pressione fiscale italiana sul mondo dello spettacolo è tale da creare i presupposti per pensare al sottobosco dell'illegalità come un'alternativa allettante ? Demetrio Chiappa della DOC Servizi e Umberto Palazzo, già voce dei Massimo Volume, hanno affrontato l'argomento nelle ultime settimane, indipendenti l'uno dall'altro. C'è una corsa al ribasso che sta inflazionando il mondo dello spettacolo e in cui l'unica vera vittima è la Dignità.

La situazione musicale attuale non può fare a meno di un cambiamento culturale forse senza precedenti. Sono fermamente convinto che il primo cambiamento necessario per ridare dignità al settore è quello di assumere una posizione di legalità senza compromessi, una condizione indispensabile per poter guardare con fiducia al futuro. Ho più volte sottolineato le difficoltà incontrate dagli artisti che cercano di emergere in un mercato che li guarda come clienti più che come risorse. E' un mercato frammentato, senza più punti di riferimento, che subisce ogni colpo portato alla sua economia perché è sprovvisto di strutture adeguate ad opporre la giusta reazione. Le Major non sono più la punta della piramide e il punto di riferimento di un'economia sana. La SIAE è un colosso burocratico che avrebbe bisogno di essere pesantemente snellito, non piu' presente nella nuove realtà che il nuovo secolo e il web disegnano. Per contro le etichette indipendenti (2323 presenti solo su Rockit ...) sfruttano le opportunità offerte dalla tecnologia per cavalcare quella che sembra una nuova primavera di autonomia del mercato discografico, il web aiuta enormemente queste nuove “label” relegandole a situazioni virtuali, ma i problemi nella realtà restano. Dovremmo capire che la musica non è piu' un business da sfruttare ma da reinventare.

MA C'E' UNA PRESSIONE FISCALE CON CUI FARE I CONTI

Demetrio Chiappa è il presidente della DOC Servizi e in quanto tale può essere definito senza fraintendimenti una delle eminenze grigie del mondo dello Spettacolo di cui il Mercato della Musica ne è parte integrante e in quanto tale ne condivide gran parte delle problematiche.

Demetrio Chiappa at MySpace
Abbiamo un progetto che da qualche tempo stiamo condividendo, legato ad una nuova visione del mondo della musica, svincolato da situazioni indie o major, dalla musica di nicchia o mainstream. Ne ho approfittato per porgli alcune domande su Musica e Legalità in cui Demetrio affronta il tema da una prospettiva che non si dovrebbe mai perdere di vista. Non c'è necessità di nascondersi, mi dice, perché "Nessun progetto può essere sviluppato se lo si deve nascondere al pubblico per nascondersi al fisco". Ogni artista vuole primeggiare ma "senza il vestito adatto non ci si presenta in pubblico" e per emergere "bisogna avere il vestito più bello, anche in termini di organizzazione amministrativa e fiscale, non solo artistico". Il panorama musicale italiano certo non aiuta. Demetrio lo percepisce bloccato da decenni, come è in realtà anche per come il Fisco recepisce il lavoro di un artista. a causa del tipo di lavoro per cui la precarietà è una variabile dipendente dal talento e dalle possibilità di lavoro. L'obbligo di Partita IVA per un musicista professionista è una rigidità che non considera la precarietà come una variabile dipendente dal talento e dalle possibilità di lavoro. L'ENPALS non aiuta, perché obbliga l'artista "ad avere sempre un terzo datore di lavoro che deve assumerlo, versargli i contributi, effettuare ritenute acconto, con i costi di una gestione complicata come fosse un dipendente".

Penso a un musicista che partecipa a un evento e penso all'organizzatore dell'evento. Tutti e due si trovano sottoposti a una pressione fiscale che complica il tutto. La cultura del lavoro in nero si sta allargando a macchia d'olio per questo. E' vero, "Bisogna fare un lavoro capillare per diffondere il messaggio di legalità. Far capire che pagare i contributi significa anche godere di servizi e tutele che fanno spesso ampiamente 'ripagare' quanto versato", ma è anche vero che perché arrivi il messaggio corretto c'è bisogno di punti di riferimento concreti. "col tempo e l'esperienza mi rendo conto che solo un sistema organico e completo come la cooperativa può essere la risposta ai problemi degli artisti: il rapporto di socio lavoratore consente di operare in regola pagando le tasse e i contributi sull'effettivo compenso dopo aver detratto i costi e spese di gestione" cosa che, sottolinea Demetrio, non è possibile con la Partita IVA. Quello che si auspica Demetrio è una legalità a costi sostenibili perché "è il miglior trampolino per ogni progetto o carriera artistica". Quello che manca è l'assenza di un fronte: "dal punto di vista fiscale e previdenziale ci sarebbe bisogno di una forma corporativa che consenta agli artisti di riconoscersi". Ma associarsi e creare fronte comune non è una cosa semplice e la frammentazione di questo sistema ne è la prova. Credo che DOC Servizi in questo possa essere un punto di riferimento importante, anche solo come esempio.

La DOC può fare la differenza anche e sopratutto nel mondo delle etichette indipendenti.
Anzi, mi spingo oltre, affermando l'importanza fondamentale dell'idea di riuscire a coinvolgere le produzioni Indie in questo processo di rinnovamento culturale. Il Mondo Indie è quello delle etichette indipendenti e degli artisti emergenti chiamati a coprire tradotte di centinaia di chilometri per un evento o per una promozione musicale. E' lo stesso mondo che vuole l'artista indipendente auto promuoversi in rete tra podcast, iTunes e social network per attirare l'interesse del critico d'occasione che scrive su canali ad alto impatto promozionale. Questa cultura Indie non può fare a meno di un mercato verso cui si era posta come alternativa alle Major e che ora, cadute le Grandi, ne diventa il naturale riferimento economico senza però avere la forza (anche la volontà) di cambiare le regole del gioco del circo mediatico che indirettamente fissa cachet, budget e ingaggi di serata in generale.

CINQUANTA EURO IN MENO O IN PIU' FANNO LA DIFFERENZA ?

Non è semplice far arrivare fuori dal settore il concetto di un mondo dello spettacolo assediato dalla pressione fiscale. Qualche giorno fa ci ha provato Umberto Palazzo, voce storica dei Massimo Volume, pubblicando su internet una sua ricerca personale sull'economia che ruota attorno ai concerti. Non c'è nulla di scientifico e metodico nei risultati prodotti da Palazzo ma quello che mi preme sottolineare non è tanto l'approccio soggettivo quanto il fatto che i problemi derivanti dalla pressione fiscale discussa da Demetrio agiscono direttamente sulle attività e le prospettive di un artista, piuttosto che di un organizzatore di eventi.

La ricerca di Umberto Palazzo è utile al di là delle cifre perché offre degli spunti di riflessione interessanti con la semplicità di chi fa i conti in tasca al cachet di un evento: "Un'esercizio di percezione della realtà: chi sa indicare le circa 30 band alternative italiane che possono effettivamente pretendere più di 1000 euro di cachet perché creano effettivamente un'economia che giustifichi il cachet?". Iniziava così, da una discussione su Facebook che scatena un dialogo serrato di commenti. Il risultato fu l'apertura di una nota Le 50 band "rock" italiane che sono quotate più di mille euro (e fino a quindicimila) tutta dedicata alla "ricerca". La forza di questa iniziativa sta nella lunga serie di botta e risposta in commento a cui vi invito a dare uno sguardo, più che nei risultati prodotti. I risultati della ricerca possono fornire elementi per dare il via a una ricerca più oggettiva e certo sono interessanti perché accennano al mondo degli eventi dalla prospettiva degli artisti chiamati a fare una serata. Un concerto con biglietto d'entrata a 10 euro per 200 spettatori paganti porta circa 1.000 euro alla band e 300 all'organizzatore, introduce Palazzo in apertura di note, suddividendo poi gli artisti in due fasce: affermati ed emergenti e sotto, tutto il circuito underground d'eventi locali.

Palazzo mette nero su bianco sensazioni ed esperienze comuni a tutti quegli artisti che sanno come funziona il sistema degli eventi perché lo vivono. Racconta qualcosa di nuovo a chi non è parte del sistema ma non inquadra il problema della pressione fiscale dalla giusta prospettiva. Se un artista ha un cachet che a volte è appena sufficiente per coprire i costi di una trasferta, è perché un organizzatore non può permettersi di garantirgli denaro in più se non andando in remissione. Quindi il vero ago della bilancia è l'organizzatore d'eventi, la cui prospettiva è più utile per provare a capire fino a dove agisce la pressione fiscale nel determinare gli standard d'ingaggio che definiscono i limiti del cachet di un artista.

E' una prospettiva che merita di essere approfondita.