Social { storytelling } Network
Quando ogni bit d'informazione è utile a profilare insiemi di persone, la scelta degli strumenti di misurazione per specifici 'Noi' contro 'Loro' è conseguente: "Dopo il best seller 'Me l'ha detto mio cugino', L'ho Letto Su Internet: come mettere in dubbio la teoria darwiniana e secoli di progressi medico-scientifici grazie ad un telefono e ad una connessione wifi". Il campo di azione di un professionista dell'informazione è nel distinguo tra percezione e realtà di un fatto, lungo la linea di confine che separa il fatto dall'opinione e lì agirà quanto basta per sviluppare una narrazione a misura di sentiment.

Tappetino azzurro tra gabbiotti e casette di latta. Le postazioni radiotelevisive a ridosso dell’entrata alla sala stampa. Quella esterna. Grovigli di cavi. Grovigli d’intelligenze. Sguardi dritti al megaschermo, terzo occhio sulla plenaria. Andando avanti, volendo, si entra nella seconda delle due sale dedicate ai giornalisti. Ancora più avanti e sei in area rossa tra due monolitici palazzi: spazio coperto, tracciati rossi, tappeti. Press room. Anticamere d’informazione e storytelling. La penna è una e chi la muove non è un freelance. Parole non dette e l’ignoranza ringrazia. Il passaparola che danza tra bit di rete, ieri come oggi.

C’era una volta il Vertice di Alto Livello sulla Sicurezza Alimentare 3/5 Giugno 2008 – FAO, Roma. Entri in sala stampa: un lungo tavolo alla tua sinistra e sopra documenti in tre lingue con i discorsi dei capi delegazione freschi di stampa. Nero su bianco le parole di uomini e donne in grado di rivoluzionare, se potessero – se volessero – lo status quo di decine di alleanze strategiche-commerciali di mamma Africa. Quante notizie importanti rimasero in quelle sale, cartastraccia per sacchi e cestini. Guarda quella nota stampa, quella appena sfornata tra le marginali: “Mohamed Ghannouci, primo ministro della Tunisia, ha rinnovato la proposta di versare un dollaro per ogni barile di petrolio per aumentare le risorse del Fondo Mondiale di Solidarietà per la lotta contro la fame nel mondo (questo Fondo Mondiale di Solidarietà è una iniziativa unilaterale della TUNISIA – vedi solidarity-fund).” Lo stesso giorno diversi quotidiani nazionali ne riportano notizia. Altri la ripropongono due giorni dopo. Tagliano e cuciono: ci sono spazi da rispettare, contestualizzazioni da fare, un numero di battute da rispettare. Tagliano e cuciono. Le parole sono importanti, quelle non dette ancora di più. Il sottintendere lasciando che altri facciano eco a notizie mal poste?

Corriere della Sera, 4 giugno 2008
L'Onu: fame il vero nemico da battere. Ogm e biocarburanti, Frattini apre
Ultimo quarto di pagina e ultimo paragrafo:

FINANZIAMENTI- La Fao ha avviato attività d`emergenza per 17 milioni di dollari per arginare gli effetti del rialzo dei prezzi alimentari. Nuovo stanziamento da parte del Programma alimentare mondiale (Pam) di 1,2 miliardi di dollari per aiutare le persone colpite dall'emergenza cibo in 62 Paesi. La Banca per lo sviluppo islamico ha scritto al direttore generale della Fao, Jacques Diouf, una lettera per annunciare il proprio sostegno alla lotta contro la fame e l'emergenza alimentare di 1,5 miliardi di dollari (poco meno di un miliardo di euro) per i prossimi cinque anni. Mohamed Ghannouci, primo ministro della Tunisia, ha rinnovato la proposta di versare un dollaro per ogni barile di petrolio per aumentare le risorse del Fondo mondiale di solidarietà per la lotta contro la fame nel mondo.

Quando una parola fa la differenza: “stanziamento” invece di “contributo”; quando una notizia viene estrapolata da un fatto ricreando scenario: “finanziamento”. Il comunicato stampa relativo all’iniziativa unilaterale della Tunisia altrimenti raccontato nella “storia” apre a possibili interpretazioni di “azioni coordinate, rinnovate”, fondate su “aumenti di capitale”. Quel giorno si discusse di finanziamenti, ma in questi termini: scambi di idee, proposte di logistica e infrastrutture per dar sostanza a progetti sostenibili proposti da alcuni rappresentanti delle nazioni africane, da cui il rinnovo della proposta tunisina. Quello che mancava, oltre ad un riferimento diretto al comunicato originale, era una legenda che spiegasse FAO e Plenaria, informazioni dovute:

  • La FAO si mantiene con stanziamenti annuali diretti da parte dei Paesi Membri, stanziamenti che sono direttamente proporzionali al potenziale economico del Paese. In questa Plenaria non era in discussione lo stanziamento alla FAO per i suoi Progetti, in quanto la FAO per Atto Costitutivo non può richiedere stanziamenti al di fuori della normale procedura di approvazione del proprio bilancio che avviene ogni due anni con l’assemblea plenaria di tutti i suoi membri. Le Nazioni in FAO esaminano il bilancio dei due anni precedenti e decidono se diminuire o aumentare il bilancio di previsione. Negli ultimi 12 anni il bilancio di previsione ha subito sempre ritocchi al ribasso.
  • La Plenaria organizzata dal 3 al 5 Giugno era una Conferenza sulla Sicurezza Alimentare Mondiale che non prevedeva stanziamenti. E’ grazie al Presidente Francese Sarkozy, con la sua proposta iniziale di 1 miliardo di dollari ogni anno per dieci anni, che si sono fatti avanti gli altri Capi Delegazione e le Banche. Si è trattato di iniziative unilaterali delle cui promesse la FAO si è fatta garante verso Progetti Non Avviati in area Nazioni Unite.

Nel 2008 lo storytelling moderno aveva da poco raggiunto la maggiore età e “fake news” era termine ignoto all’immaginario collettivo. Per quanto riguarda la libertà di stampa, beh… il termine “embargo” nel giornalismo ha un significato e un’utilità ben precisa: l’anteprima di una notizia, che sia in diretta sala stampa o via e-mail, propone tutte le scale cromatiche dei colori utilizzati, quali usare e quali no, in che modo e perché, è questione d’editoria contestualizzata alla notizia che potrebbe interessare.

Verificare un’informazione piuttosto che una fonte dovrebbe essere cosa scontata, così come il fornire gli strumenti utili perché il fruitore dell’informazione possa avere accesso, quando possibile, agli approfondimenti utili ad una sua eventuale verifica indipendente. L’ABC di qualsiasi professionista dell’informazione: il potenziale destinatario di un’informazione è in grado di verificare la notizia ispirata da un fatto? Nessuna retorica. Dal giornalista al comunicatore la questione può assumere forme diverse e diventa domanda prioritaria quando l’obiettivo è creare notizie a misura di trend: “quali deterrenti utilizzare per affiancare il termine verifica a utopia, perché il fatto sia contestualizzato, percepito, nella notizia che lo racconta?“- è la priorità del professionista che accampa le ragioni della disinformazione: e via di scalpi eccellenti anche tra chi era uso non dare mai nulla per scontato. I motivi dietro questo modo di non fare informazione sono diversi e ugualmente imputabili a concause differenti. Partendo dall’assunto che un comunicatore ha maggiore libertà d’azione di un giornalista, un qualsiasi fatto permette ad entrambi di creare nuove sonorità per raccontare un’attualità che sia anche, d’attrattiva, potenziale leva informativa per il proprio bacino d’utenza: fidelizzare, coinvolgere, far parlare. Lo stesso principio che nella sua declinazione peggiore, principiante, è rappresentato dalla pratica del clickbait, d’uso attuale anche tra le più note testate giornalistiche.

Un professionista dell’informazione sa che le persone in media non hanno Tempo per stare sul pezzo in tempo reale se non per questioni private, inerenti al loro lavoro o allo svago: [ … ] in generale scrivere un commento, confrontarsi in una chat o lasciare audio o video, comporta l’utilizzo di tempo preso da una giornata fatta di tante piccole priorità quotidiane che s’evidenziano, cambiano, si aggiungono, scompaiono un’ora dopo l’altra e che nulla hanno a che vedere con la socializzazione da tastiera. La scoperta dell’acqua calda: un professionista crea leve su insiemi di persone per interagire con la percezione della realtà dei singoli. – the internet way (prefix)

Costruire leve informative è una pratica che arriva da lontano anche solo contestualizzandola all’informazione on-line: “Quale dovrebbe essere a suo parere il ruolo del giornalista nel contesto attuale?” – è una domanda quanto mai attuale che arriva dal 21 febbraio 2006 e la cui risposta descrive scenari noti e praticati da ogni generazione di comunicatori, contemporanei se sostituissimo alcuni termini con altri di tendenza: “Il solito, e l’ha detto lei: watch-dog. ma in un paese che discute d’altro, è difficile. Si preferiscono i titoli sul napoleone o il cristo nostrano. e non chiedersi perché l’amicizia con Putin ci riduce alla canna del gas, o se i comunisti fecero bene a avere come avversari numero 1 i socialisti, la sinistra di governo che ancora oggi fanno così fatica a interpretare“. Una risposta lineare, semplice, che in poche righe riassume concetti che definiscono professioni e carriere fondate sulla potenza di leve informative: disinformazione, informazione di parte, propaganda

…politica, tra percezione e realtà.

Insegna la pandemia covid-19, come insegna ogni scenario di crisi che influenza il comune sentire dell’opinione pubblica, creando incertezza, che la comunicazione politica che punta alla pancia della gente è un vuoto a perdere se prova ad anticipare le tendenze di un sentiment mutabile a breve termine: la Politica di pancia s’ispira al comune sentire, forte dei propri strumenti di proiezione, e i professionisti che scendono in campo applicano modelli di consolidate fabbriche della paura in mainstream o alternativo che sia.

Le analisi e previsioni del sentiment popolare alla base delle strategie social correlabili a Matteo Salvini, in quanto leader della Lega Nord – rebrandizzata Lega dal 2018 – rappresentano una sintesi efficace di comunicazione a misura di scenario politico: “tutto viene analizzato per stabilire la strategia futura” –spiegava Alex Orlowski nell’intervista proposta dal RollingStone sulle strategie di comunicazione della Lega basate sul software La Bestia – “assieme alla società di sondaggi SWG e a Voices From the Blogs (azienda di Big Data Analysis, ndr). I loro report, su tutti quelli del professore Enzo Risso, sono analizzati attentamente dal team della Lega, composto da Iva Garibaldi, Alessandro Panza, Giancarlo Giorgetti, Alessio Colzani, Armando Siri e altri“. Ciò che si misura è l’impatto di un fatto sull’opinione pubblica: percezione contrapposta a realtà. L’origine del nome di quel software di analisi e proiezione è esemplificativo: “il nome della Bestia l’ho copiato dalla campagna elettorale di Barack Obama («The Beast» era proprio la struttura creata, con un peso schiacciante di internet, per arrivare alla Casa Bianca)” – chiariva lo spin doctor della Lega Luca Morisi al Corriere della Sera.

La comunicazione politica non è raccontabile nelle percentuali… Andrebbe vista come l’acquisizione di credito da parte dei partiti nei confronti dei cittadini. E quando a muoversi sono masse di persone che depositano la propria fede in uno o nell’altro racconto, non è una questione liquidabile con un senso di “essere più o meno colti/informati/intelligenti” – Luca Oliverio

Il 31 maggio 2019, la pagina facebook L’ennesima opinione non richiesta (L’Opinione) pubblicava un post dall’incipit provocatorio: “Gli Italiani non sono impazziti. Il loro voto alla Lega, partito che promette più sicurezza e stop all’invasione, è la comprensibile risposta a un’Italia in piena emergenza criminalità e immigrazione“. Quanta forza può avere uno storytelling ispirato da un’analisi accurata del sentiment popolare trasversale a più basi elettorali: “Il problema è che milioni di Italiani sono convinti che l’Italia sia quella degli stranieri al 30%, dei musulmani al 20%, dei crimini in aumento, ecc. E votano di conseguenza chiedendo soluzioni reali a problemi inventati, alimentati, pompati con fake news, talk, interviste, e con un Ministro degli Interni che spende decine di migliaia di euro per sponsorizzare su Facebook post che riguardano reati commessi da immigrati“. L’Opinione non considerava altri strumenti di comunicazione come YouTube, tra i principali formatori di opinione oltre che strumento utile in ben precisi contesti: uno spot lanciato su youtube – e sponsorizzato – a ridosso del silenzio elettorale, ad esempio.

La prevalenza di condivisioni di siti di disinformazione da parte dei seguaci di talune forze politiche è sicuramente un fenomeno complesso da arginare e potenzialmente incredibilmente pericoloso, ma altrettanto lo è – nella mia opinione – la estrema rilevanza dei siti web di User Generated Content, in primis YouTube, sulla infosfera di comunicazione politica italiana. – Matteo G.P. Flora

La sintesi dell’Opinione tra percezione e realtà:

  • Percezione: è in aumento in modo esponenziale la percentuale degli stranieri in Italia (da cui) gli omicidi e i reati predatori sono in aumento (come anche) la disoccupazione ha superato i livelli di guardia; (se) il 20% è di religione musulmana (allora) il Paese è a rischio attentati di matrice islamica: “Come fai, in un’Italia così, a non preoccuparti, a definire ingiustificati i timori degli Italiani? Come fai a non affidarti a un partito che promette le giuste risposte a questo scenario? Il problema è che quel Paese lì, quell’Italia lì, che per milioni di Italiani è l’Italia reale, semplicemente non esiste.
  • Realtà: l’8% della popolazione italiana è straniera; negli ultimi dieci anni gli omicidi sono diminuiti scendendo sotto quota 400, le rapine da 50k sono arrivate a 30k, i furti sono in calo sempre entro quota 4k; il 2% della popolazione italiana è di religione musulmana; il terrorismo nostrano conta migliaia di vittime su suolo italiano, quello islamico nessuna; la disoccupazione in Italia è intorno a quota 11% e gli stranieri versano 8 miliardi di Irpef, 13 miliardi di contributi previdenziali, producendo 130 miliardi all’anno di Pil (9%). Fonte Ipsos.
Il 10 ottobre 2019, l'Ipsos pubblicava la sintesi del Ciak MigrAction: indagine sulla percezione del fenomeno migratorio in Italia - condotto per WeWorld Onlus - in occasione della presentazione del report alla Terra di Tutti Film Festival, Bologna. Nella sintesi la dichiarazione del presidente WeWorld, Marco Chiesara: "Nonostante per gli Italiani l’immigrazione sia solo al quarto posto nella classifica dei problemi del nostro Paese, è estremamente significativo che la percezione del fenomeno migratorio sia così falsata rispetto alla realtà. Mette in luce la grande sovraesposizione mediatica degli ultimi tempi. Questi dati mostrano come il clima d’odio costruito e promosso negli ultimi anni abbia generato percezioni distorte, che alimentano paure infondate verso chi arriva in Italia in cerca di accoglienza. Paure che diventano prioritarie rispetto a problemi più concreti e reali".

La percezione distorta di un fatto non è ascrivibile alla corretta lettura di numeri e statistiche, o alla loro mancata diffusione: la percezione è influenzata dal contesto sociale in cui vive il potenziale fruitore dell’informazione, dalle sue esperienze soggettive, oltre che dai media che utilizza per informarsi. Non è questione chiarire che informarsi quotidianamente seguendo un solo filone narrativo è sinonimo di informazione di parte. Attualmente qualsiasi formazione politica è educata ad accompagnare un’informazione con numeri che ne avvalorino il contenuto, ma questo non significa che sia corretta o veritiera l’informazione in sé: una delle pratiche più diffuse della comunicazione via social è quella di estrapolare concetti per avvalorare ipotesi, spacciandole poi per teoremi. I concetti più idonei in tal senso sono quelli esposti da report, da documenti ufficiali: lo screen di una o più pagine è il valore aggiunto, spesso non accompagnato da un link che permetta di consultare direttamente la fonte; eppure anche in presenza di link alla fonte, la lunghezza del documento potrebbe incidere sulla volontà di verificare la correttezza delle ipotesi proposte.

Lo storytelling ad uso e consumo della comunicazione politica, è ben spiegato da Carole Jane Cadwalladr nello speech che racconta la sua inchiesta a cui va il merito d’aver alzato il velo sul vaso di pandora di Cambridge Analityca in occasione della campagna brexit. La cronista dell’Observer mise in evidenza l’importanza di una rete sociale nella diffusione, analisi e previsione degli esiti di una campagna elettorale: “Questo referendum si è svolto quasi interamente online. E puoi investire qualsiasi importo su Facebook, Google, YouTube senza che nessuno lo sappia mai, perché sono scatole nere. Ed è proprio quello che è successo“.

  • Realtà:Il giorno dopo il voto sulla Brexit, nel giugno 2016, quando la Gran Bretagna si svegliò scoprendo, scioccata, che avremmo lasciato l’Unione Europea, il direttore del mio quotidiano, il britannico “The Observer”, mi chiese di tornare nel Galles del sud, dove sono cresciuta, per un reportage. Così sono andata in una città che si chiama Ebbw Vale. Eccola qui [ … ] Quando sono arrivata, sono rimasta un po’ sorpresa, perché l’ultima volta che ero stata a Ebbw Vale era così. E adesso appare così. Questo è un nuovissimo istituto costato 33 milioni di sterline, dedicato alla formazione avanzata, finanziato in gran parte dall’Unione Europea. E questo è un nuovo centro sportivo, parte di un progetto di riqualificazione da 350 milioni di sterline, finanziato dall’Unione Europea. E questo è un piano autostradale da 77 milioni di sterline; c’è una nuova linea ferroviaria, una nuova stazione, tutto finanziato dall’Unione Europea. E non è che tutto questo sia segreto, perché ci sono dappertutto grossi cartelli come questo. [Fondi UE: Investimenti nel Galles]
  • Percezione:Ho avvertito una strana sensazione d’irrealtà, camminando per la città. E ha raggiunto l’apice quando ho incontrato un ragazzo davanti al centro sportivo. Mi ha detto di aver votato per uscire perché l’Unione Europea non aveva fatto niente per lui. Ne “aveva abbastanza”. E in città, i suoi compaesani mi dicevano la stessa cosa. Dicevano di volersi “riprendere il controllo”, che era uno degli slogan della campagna. Dicevano di essere stufi, soprattutto, degli immigrati e dei rifugiati. Ne avevano abbastanza. Il che era alquanto strano: camminando per la città, non avevo incontrato né immigrati né rifugiati. Solo una donna polacca, che era praticamente l’unica straniera in città. E quando ho controllato le cifre, ho scoperto che a Ebbw Vale, in realtà, il tasso d’immigrazione è tra i più bassi del paese. Ero un po’ confusa, quindi, perché davvero non capivo da quale fonte si informassero. Erano i tabloid di destra, normalmente, a diffondere questa retorica sull’immigrazione. Ma questa città è una roccaforte della sinistra laburista. Dopo l’uscita del mio articolo, questa donna mi ha contattato. Lei era di Ebbw Vale, e mi ha parlato di tutte queste cose che aveva visto su Facebook. Provai ad approfondire, e lei parlò di cose spaventose sull’immigrazione, specialmente dalla Turchia. Così provai a indagare, ma non ne cavai un ragno dal buco. Perché non c’è alcun archivio degli annunci letti dalla gente, o di quel che è apparso nella sezione notizie di ciascuno. Non c’è traccia di nulla, buio assoluto.”
  • Leve informative:un’ondata di disinformazione [con] annunci come questo. [76 milioni di turchi entrano in UE] È una bugia, è del tutto falso. La Turchia non aderisce all’Unione Europea. La sua adesione all’Unione Europea nemmeno è in discussione. La maggioranza di noi non ha mai visto questi annunci, perché non eravamo noi il target. “Vota Uscire” ha individuato un piccolo gruppo di persone, considerate influenzabili, e solo loro li hanno visti. L’unica ragione per cui ora li vediamo anche noi è perché il Parlamento ha costretto Facebook a darceli. E forse ora penserete: “Beh, hanno solo sforato con le spese, e detto qualche bugia.” Ma questa è la più grande frode elettorale del Regno Unito degli ultimi 100 anni. Un voto che ha cambiato le sorti di una generazione, deciso dall’1% dell’elettorato.
  • Vaso di pandora:C’è stato un altro gruppo, diretto da quest’uomo, Nigel Farage, quello alla destra di Trump. E anche il suo gruppo, “Uscire dall’UE”, ha infranto la legge. Ha infranto le norme elettorali e quelle dei dati personali, e anche questo emerge dai referti della polizia. Quest’uomo, Arron Banks, ha finanziato la sua campagna. E in una vicenda completamente separata, è stato segnalato alla nostra Agenzia Nazionale Anticrimine, il nostro equivalente dell’FBI, perché la nostra commissione elettorale ha concluso che era impossibile stabilire l’origine del suo denaro. O se fosse britannica, quantomeno. E non entro nella discussione sulle bugie raccontate da Arron Banks a proposito dei suoi rapporti segreti con il governo russo. O della strana tempistica degli incontri di Nigel Farage con Julian Assange e con l’amico di Trump, Roger Stone, ora incriminato, poco prima del rilascio di due notizie bomba da parte di Wikileaks, da cui Donald Trump ha tratto beneficio. Ma la Brexit e l’elezione di Trump, devo dirvelo, sono strettamente collegate. Quest’uomo mi ha detto che la Brexit è stata la prova generale di Trump. Dietro c’è la stessa gente, le stesse società, gli stessi dati, le stesse tecniche, lo stesso uso dell’odio e della paura. Questo è quello che postavano su Facebook. E non riesco neanche a chiamarlo menzogna [Senza integrazione, l’immigrazione è un’invasione] perché a me sembra, piuttosto, un reato di odio a mezzo stampa. Non c’è bisogno che ve lo dica: l’odio e la paura sono stati seminati online in tutto il mondo. Non solo nel Regno Unito e in America, ma in Francia, in Ungheria, in Brasile, Myanmar e nella Nuova Zelanda. E sappiamo che c’è questa forza oscura che ci connette tutti a livello globale. E sfreccia sulle piattaforme tecnologiche. Ma noi vediamo solo una piccola parte di ciò che accade in superficie. E ho scoperto qualcosa, sulla pancia del mostro, solo perché ho iniziato a indagare sui rapporti tra Trump e Farage, all’interno della società Cambridge Analytica.

Percezione. Realtà.

In un mondo tecnologico in cui gli strumenti che utilizziamo per socializzare sono gli stessi che utilizziamo per lavoro e per informarci, è opinione comune considerare questi strumenti come bene acquisito di diritto, un bene pubblico, e non come il prodotto che ci viene servito ad uso gratuito da un’azienda, salvo quelle breaking news, presto dimenticate, che sottolineano il distinguo tra bene pubblico e prodotto aziendale: “Il Garante per la protezione dei dati personali ha applicato a Facebook una sanzione di 1 milione di euro per gli illeciti compiuti nell’ambito del caso ‘Cambridge Analytica’, la società che attraverso un app per test psicologici aveva avuto accesso ai dati di 87 milioni di utenti e li aveva usati per tentare di influenzare le presidenziali americane del 2016.” – Garante della Privacy, 28 giugno 2019

Il 29 aprile 2019, Instagram oscura il profilo di Alessandra Mussolini rea di aver pubblicato alcune foto scattate sulla tomba di famiglia in occasione dell’anniversario della morte di Benito Mussolini. Il suo commento – “questo è il grado di democrazia e di libertà che viene garantita alle persone perbene: quelle che insultano, minacciano, inveiscono ogni giorno coperte dall’anonimato vengono invece coperte e tutelate” – sintetizza l’errata percezione comune del significato di social network che ispira ed alimenta miti ugualmente errati.

Democrazia, d’etimo “governo del popolo” per via diretta o indiretta, è uno dei termini più sovraesposti e abusati nella storia di internet. C’è democrazia in rete nel momento in cui un utente è libero di utilizzare o meno il servizio gratuito offerto da un’azienda. C’è democrazia in rete se l’utente è libero di scegliere se utilizzare alternative social “garanti della privacy” elette a panacea di realtà la cui sola esistenza in rete è l’antitesi di democrazia?

La percezione che esistano social garanti d’anonimato, quale baluardo no-profit contrapposto al binomio big tech | big data, cadrebbe immediatamente di fronte ad un’analisi puntale della realtà dei fatti. Ma la privacy stessa è diventato un bene mercificabile di largo consumo, e su di essa sono stati sviluppati nel tempo modelli di business da società e collettivi (attività) che la propongono come prodotto di punta del proprio portfolio. Il prodotto – ben inteso, spesso e volentieri gratuito – è progettato per garantire un’estrema facilità di utilizzo e per coinvolgere utenze con esigenze specifiche, non per fascia d’età e d’attitudine. Senza lustri di storytelling sulla privacy oggi non esisterebbe il caso Parler, perché il brand stesso non avrebbe ragione di esistere, e non esisterebbero prodotti pensati per chi considera superfluo se non invasivo l’essere “costretti” a fornire nome e cognome, o un numero di telefono per utilizzare uno strumento social, perché – affermano – la privacy è sacra. E fornire un indirizzo e-mail? Qualsiasi provider e-mail che permette la creazione di un indirizzo di posta elettronica gratuito senza strumenti idonei a verificare che l’utente sia una persona reale, garantisce una risorsa in più ai seguaci dell’anonimato a tutti i costi o a seconda delle necessità, ma anche a chi crea e gestisce più account social in remoto. D’altra parte, una piattaforma social che non considerasse l’opzione dell’account verificato perderebbe potenziali catalizzatori di nuove utenze per cui, sempre a libero arbitrio, l’opzione account verificato non può non essere proposta dai social di nuova generazione, le alternative decentralizzate, che puntano tutto sull’appeal del brand privacy.

La linea di confine tra Percezione e Realtà, quando alterata, sfumata o evidenziata, dai professionisti dell’informazione, è il naturale terreno di caccia del watchdog. Un termine che il 2020 non solo ha riconsegnato all’attualità della cronaca, e delle figure professionali più idonee a rappresentarlo, ma su cui sono stati sviluppati nuovi scenari di ricerca e su cui ogni social network ha investito risorse, economiche e di personale anche appaltando in outsourcing, ridisegnandosi entro i propri modelli di business. Un professionista dell’informazione che rifiuta il crocevia rappresentato dall’anno appena passato è un professionista che continuerà a servire prodotti di comunicazione inadeguati a partire dalla comunicazione di prossimità.

Non ci sono mai state più informazioni, e probabilmente non ci sono mai state così tante informazioni di scarso valore. E’ il paradosso in cui viviamo: è l’età d’oro del giornalismo, eppure c’è una cacofonia di rumori che probabilmente non è mai esistita prima. Alla domanda se le notizie siano sempre qualcosa che qualcuno non vuole vedere scritte, non sono necessariamente d’accordo, ma credo che quando si parla del vero valore delle notizie, come abbiamo discusso nel convegno di oggi, vogliamo che il giornalismo prosperi, per una società libera e aperta. La sfida non è solo come le media company possono fare soldi, ma come sopravviveranno a questo momento stravolgente per mantenere i contenuti di alta qualità che sono quelli che alcuni non vorrebbero che siano diffusi e raccontati. Questo serve alla società: serve un ‘watchdog’, un cane da guardia che spiega e rivela temi che alcuni vorrebbero nascondere: crimini, indagini, scandali. Questo deve coesistere col mondo delle chiacchere. – Roberto Cotroneo

Watchdog in 4 punti non necessariamente verticali: un “osservatorio indipendente” che verifichi la qualità di una notizia, eventualmente approfondendola e/o riportandola all’oggettività del fatto ispirante; tra fact hunter, fact-cheking, debunking e giornalismo d’inchiesta.

Poi la pandemia.

E’ responsabilità civile, prima che politica, quella di fornire linee guida chiare dirette e non interpretabili soggettivamente in scenari anormali, surreali, per la media della popolazione impreparata ad assorbirli; è irresponsabilità informativa, prima che politica e morale, quella di decontestualizzare notizie per cercare “effetto”. Non è di nessuna utilità informativa riportare il bollettino dei personaggi famosi che si sono beccati il virus senza dedicare spazio e approfondimento al come, perché in momenti di “panico” la razionalizzazione tende al minimo, dirottata all’edificazione di muri difensivi: minimizzare, cercare notizie rincuoranti, ingigantire, “ok panico”. La volontà di perseverare sulla comunicazione di pancia, di sovra informare le proprie basi elettorali esponendole alla pressione di informazioni contrastanti, è stata una costante della comunicazione politica italiana a partire dalla prima fuga di notizie relativa all’adozione di misure utili a contrastare il rischio di trasformare un’epidemia in una pandemia. Imputare ai giornalisti la responsabilità di aver fatto trapelare la bozza di un decreto equivale a distogliere e fomentare: una volta sblindata una notizia secretata, nell’era dell’informazione sociale basata sul Credo del follow e del like, cosa ti aspetti? Se non sarà il giornalista a diffonderla lo farà un influencer; non importa in quale parte del mondo, la notizia uscirà e tornerà. Quindi meglio un giornalista italiano. Cose già viste. Quella volta chi ha materialmente permesso che la bozza arrivasse agli organi di informazione lo ha fatto speculando sulle aspettative e sulla pelle di cittadini italiani. Allo stesso modo, la tregua estiva dopo la prima ondata della pandemia ha ben descritto altre gravi mancanze della comunicazione politica, e così l’autunno. L’inverno non ha fatto altro che sottolineare il tutto: la comunicazione politica del governo – maggioranza e opposizione – è ancorata a modelli vecchi di una generazione, quella pre-covid, già debole e inefficace nel 2019.

Lo StandUp mancato dalla comunicazione politica

Viviamo in tempi incerti. Man mano che l’incertezza dello scenario aumenta, il nostro cervello sposta il controllo sul sistema limbico, il luogo in cui vengono generate le emozioni, come l’ansia e la paura. E questo è lo scenario più pericoloso che possiamo immaginare, per noi stessi e per la nostra società.” – affermava Mauro Porcini nel suo contributo video che il 2 aprile 2020 aprì ufficialmente lo #STANDUPTOGETHER – ” … per la prima volta nella storia delle nostre generazioni affrontiamo una crisi globale reale e tangibile. Non c’è un paese contro l’altro. Siamo tutti insieme contro un nemico invisibile. Un virus! Sarebbe folle aggiungere un nuovo nemico in questa battaglia, quella paura e quell’ansia che potrebbero dividerci, rendendoci più deboli che mai“. Il Vicepresidente e Chief Design Officer di PepsiCo. nemmeno un mese prima – il 14 marzo 2020 – era già stato il primo contributore nella prima fase della call to action #STANDUPFORITALY. L’unico scopo della campagna sociale STANDUP FORITALY | TOGETHER fu quello di “bloccare i pregiudizi sull’Italia e creare gli anticorpi che aiuteranno la ricostruzione della reputazione nazionale, oltre la ripresa delle attività produttive, culturali e turistiche, quanto tutto questo sarà finito”. La campagna demandava ad un hashtag l’onere di provare ad invertire una tendenza ugualmente pandemica, allora ben chiarita da Letizia Airos, CEO Your Italian Hub e direttrice di i-italy: “Siamo coscienti del fatto che nelle ultime settimane abbiamo avuto seri problemi di comunicazione che hanno danneggiato la reputazione dell’Italia nel mondo“. Fu un’idea propositiva, coinvolgente, che ebbe un ritorno di interesse inatteso per la quantità di contributi video inviati nell’arco delle due settimane seguenti il lancio dell’iniziativa.

Il format era semplice: “opinion leaders e influencer americani e italiani sono stati invitati a realizzare con il proprio smartphone un video da 20/30 secondi; ognuno testimonia le ragioni per cui ama e rispetta l’Italia, oltre ad invitare tutti, italiani e cittadini del mondo, a sostenere in modo concreto questo paese“. Il TOGETHER della seconda fase fu una diretta conseguenza del ritorno di partecipazione emotiva del FORITALY, non solo per video inviati: la comunicazione si mosse trasversalmente alle piattaforme social, affiancata da contributi eterogenei autonomi e indipendenti, senza direttori di orchestra e regie, con un obiettivo comune qual era il sostenere e difendere – se necessario – l’immagine e il valore sociale dell’iniziativa: “Pensiamo quindi che a questi pionieri si possano unire altri manager, accademici, studenti, giornalisti e anche politici visionari. Sappiamo che possiamo portare alla luce il talento dei tanti che vogliono ritrovare la fiducia in un futuro, ma vogliono provare a disegnarlo, questo domani. A partire dall’Italia. Da cui il payoff – A Call from Italy”.

24 maggio 2020 – “Stand Up Together è un messaggio bellissimo, che ci viene dai nostri amici di New York, e che io dall’Italia voglio rilanciare nella mia attuale veste di Vice Ministra degli Esteri. Noi torneremo grandi. Oggi attraversiamo, noi in Italia ma anche i cittadini di New York, un momento difficile molto duro, stiamo combattendo contro il covid 19 ma ripartiremo. Il Ministero degli Esteri sta lavorando per una grande campagna di comunicazione, per portare di nuovo all’estero le nostre imprese. il nostro made in italy, i nostri artisti, i nostri creativi, la nostra industria culturale e creativa…“.

14 dicembre 2020 – La priorità della Politica di pancia è (la percezione) di convincere i cittadini italiani a vaccinarsi: via libera al brand “Primula” targato Boeri per promuovere il vaccino. Intanto, nei mesi trascorsi, non un accenno a quell’unico brand davvero necessario – quando tutto sarà finito – per promuovere l’Italia all’estero. Il brand ‘Italia’, appunto.

Alessandro Mirri

MD AMN e ideatore di The Intruder News. Copywriter, comunicatore, esperto di article marketing e trading d’informazione. Creatore e Brand Manager di ADV Magazine nel 2004, mi occupo della pianificazione di campagne informative dalla creazione del gruppo di lavoro alla gestione del flusso di comunicazione, tra article marketing e comunicazione in azione.