Il mondo del clubbing oggi è l’assenza dei set live, del floor, del contatto, delle serate nei club . A Roma, una delle capitali europee della musica elettronica, questa è una mancanza che pesa, si sente, anche sulle produzioni. Oltre che per le inevitabili ripercussioni economiche sul settore del clubbing e sul comparto dell’Intrattenimento, le produzioni musicali al tempo del covid sono differenti perché l’ispirazione arriva da prospettiva inedita. Cosi anche per Sirocco e Zefiro, i venti del clubbing sulla pandemia. Sirocco. Lo scirocco magrebino, l’Euro greco e romano, il vento caldo che scorre dall’aurora. Zefiro. Il vento moderato, a volte freddo e mutevole eppure saldo nella sua promessa, il vento che anticipa la primavera, l’araldo del cambiamento.

Crowdfunding maker: Run4David
Tutto inizia da un'idea. Le idee ci permettono di inquadrare possibili obiettivi, concreti. Tra questi scegliamo il più realistico, se esiste, e l'idea prende forma. Non facciamo altro che questo quando valutiamo le nostre possibilità rispetto ad un traguardo da raggiungere. Lo facciamo per progetti di vita. Lo facciamo sul lavoro o quando vogliamo partire per una vacanza. Ogni idea che valutiamo la misuriamo con i termini dignità e futuro. Così funziona anche per una raccolta fondi, in qualsiasi parte del mondo.

Crowdfunding, una di quelle parole inglesi che ci entrano nella testa senza lasciare molte tracce, e che qualche volta vengono pure a farci visita bussando alla nostra porta. Prima di arrivare a Bekoji non avevo mai partecipato a un crowdfunding e tanto meno ne avevo mai organizzato uno. A volte la vita ci mette di fronte a situazioni nuove, stimolanti, impreviste, inattese e quelle paroline che prima erano solo granelli di sabbia acquisiscono una valenza che trascende il mero significato, trasformando i pensieri in sogni e ribaltando le vite come un calzino. La mia, la sua, le nostre. Siamo in Etiopia al tempo del covid e questa è la storia di un sogno uscito dal cassetto di un ragazzo, Dawid.

Sono arrivato nel villaggio di Bekoji il 7 marzo, proprio mentre l’Europa veniva messa in ginocchio dalla più grande pandemia degli ultimi cent’anni. Un anno prima, quando l’influenza non era che una parola leggera e l’Africa una meta esotica, ero venuto a sapere che in quell’angolo di Etiopia sperduto sull’altopiano oromico, erano venuti al mondo alcuni tra i più grandi atleti che lo sport avesse conosciuto. Derartu Tulu, Kenenisa Bekele, e le sorelle Dibaba, tutti talenti scoperti da un allenatore che in quel paese è leggenda, il coach Sentayehu Eshetu. Cinque anni fa un gruppo di video-makers inglesi erano scesi a Bekoji per girare un cortometraggio, e quello avevo riscosso un grande successo nelle sale cinematografiche del Regno Unito. Senza il documentario The Town of Runners, di sicuro, non sarei mai arrivato in quel paese. E invece il 7 marzo ci arrivavo al calar del tramonto, dopo un viaggio di cinque ore partendo da una Addis Abeba congestionata dal traffico.

Eccomi allora, un mese davanti a me per conoscere i segreti del coach Sentayehu e della comunità di giovani runners che allena. Quello che non sapevo però, era che il destino avesse tutt’altri piani per me.

Istantanea. Spaccato di Bekoji

Il covid19 ci ha messo più del dovuto a raggiungere l’Etiopia, e mentre in Italia scoppiava il finimondo e il paese si spegneva, per qualche motivo l’Etiopia restava intatta. Il governo di Addis però non era restato a guardare senza far niente, e poco a poco aveva preso misure preventive che avevano sospeso ogni iniziativa culturale e sportiva (quelle religiose no, il clero ortodosso in Etiopia è una casta troppo potente per farsi dire cosa fare) e così mi ero ritrovato in prigione ancora prima di cominciare.

giovedì 22 aprile 2021 23:01:10

Covid-19 . Dataset Etiopia

246,484 Casi totali
3,474 Decessi
183,932 Casi recuperati

Il centro federale di Bekoji era stato chiuso, e i ragazzi rispediti a casa. Ero rimasto da solo con il coach Sentayehu. Ogni mattina mi faceva venire a svegliare da un ragazzo, Efrem, che mi portava a correre per i sentieri che circondano Bekoji. La mia vita è andata avanti così, con l’ambasciata italiana che mi scriveva ogni giorno dandomi il conto alla rovescia per ritornare a casa, e io che non ne volevo sapere di interrompere così la mia esperienza: era da un anno che pianificavo ogni dettaglio del mio soggiorno in Africa, delle persone che avrei incontrato per scrivere il mio libro e degli allenamenti a cui mi sarei sottoposto per rompere il muro delle tre ore nella maratona. E di colpo tutto questo era sparito. Non c’erano più maratone da correre, atleti da incontrare, pagine da scrivere. Non sono mai stato uno bravo a rassegnarmi, al contrario, quando percepisco che qualcosa sta per mandare in fumo la cosa a cui più tengo mi spingo fino al limite per non arrendermi. Così era deciso, io in Italia non ci sarei tornato. No, la quarantena chiuso in casa e la frustrazione del mio insuccesso non facevano per me, seppure a Bekoji la gente cominciava a guardarmi storto pensando fossi l’untore bianco che portasse il virus dall’Occidente e nel mio alloggio mancasse l’acqua calda.

Era il quinto giorno senza acqua. L’unica riserva che avevo era l’acqua minerale. Poi ecco che arriva il carro con l’acqua del fiume.

Quella situazione me l’aspettavo, quello che non avevo previsto era il Covid. In una situazione di paura come la pandemia, un bianco in un villaggio africano non poteva essere visto altrimenti. Non farò mai una colpa a quelle persone per come mi hanno trattato, perché loro a parti invertite, in Italia, non se la sarebbero passata meglio. Però i black out di corrente continui e le docce fredde non li ho mai accettati. Nel senso che li ho subiti, quello si, non avevo scelta, ma ho sempre condannato la loro mentalità arrendevole, legata certamente alla loro religione, dove si accetta ogni disgrazia di buon grado, come decisa dal cielo. Quindi, ingoiavo sempre, ma mi dava fastidio la mentalità che c’era dietro. – Stefano Pampuro: Oltre il Running

Così, quando il 15 marzo è decollato da Addis l’ultimo aereo dell’Ethiopian Arilines verso Roma, ho capito che la mia avventura sull’altopiano si sarebbe prolungata. Solo, ancora una volta solo. In compagnia dei miei pensieri, in un villaggio lillipuziano dove nessuno parlava inglese e le strade erano piste di terra e fango. Un balzo nel medioevo, un azzardo che mi sarebbe potuto costare caro. Non è mai una buona idea restare nel terzo mondo durante l’imperversare di una pandemia sconosciuta come il Covid19, ma come ho detto, il desiderio di chiudere il mio progetto prevaleva su tutto.

I giorni passavano, e Bekoji restava immobile, mentre l’unica dinamicità era data dalle notizie che arrivavano dalle televisioni dei bar (pochi) sparsi per il paese.

Voi occidentali avete l’ora, ma non avete mai il tempo” – Mohāndās Karamchand Gāndhī
Sono arrivato in Etiopia dopo un periodo passato in Kenya. La prima foto in altro a sinistra l'ho scattata al mercato del pesce di Mombasa. Un mercato unico. Così appariva nel XIX secolo, quando le giunche tornavano dalla pesca nell'oceano indiano. E così appare Bekoji con i suoi colori folcloristici agli occhi di un occidentale. Il tempo si dilata. Astir è la bambina che sorride nella prima foto sotto a sinistra. Ha sei anni, non sa nulla dell'Italia e non sa dove si trova. Siamo diventati amici e ogni volta che torno dal mio allenamento allungo la strada per passare davanti casa sua, perché lei esce per salutarmi. Alla destra di Astir c'è l'istantanea di una delle tradizioni etiopi più antiche: la macinazione del caffè. La tradizione vuole che i chicchi siano tostati in un pentolino e poi si macinino in un mortaio, che è quello che sta facendo la ragazza nella foto: prepara una miscela profumata per i clienti del suo bar. La donna ritratta nella foto seguente garantisce la sicurezza della comunità: siamo in un bar ai margini di Bekoji dove mi hanno invitato a prendere un caffè.

Un giorno, penso fosse il sei aprile, mentre stavo camminando per la via principale per ingannare il tempo, sento chiamare il mio nome dietro di me.

Mi giro, e noto un ragazzino vestito bene che mi fissa da pochi metri. Lo saluto con una mano e tiro dritto per la mia strada. Poco dopo, tornando indietro, sento chiamare di nuovo il mio nome, era ancora lui. Questa volta mi fermo, gli vado incontro e lo saluto sorridendo. Lui mi guarda e mi fa in perfetto inglese “non sai chi sono vero?”. No, in effetti non lo sapevo. Molta gente sapeva chi fossi io a Bekoji, essendo l’unico bianco, ma delle tante persone che mi fermavano per la strada, me ne ricordavo ben poche. Dopo aver ammesso la mia smemoratezza invito il ragazzo in un bar vicino, dove andavo sempre a scrivere e a mangiare. Un bar ristorante gestito da Biniam, un etiope che corre come il vento. Il ragazzo si chiamava Dawid (David), e ci avevano presentato qualche giorno prima proprio lì vicino, solo che io non mi ricordavo. E così dopo il tè abbiamo chiacchierato un po’ di tutto. Non mi capitava di incontrare persone che parlassero inglese al villaggio, così fare un po’ di conversazione diventava sempre un modo per distrarmi. David ha diciassette anni e vive poco fuori il paese con la nonna e la cugina. “Un giorno ti invito a bere un caffè a casa nostra” mi dice mentre ci alziamo dal tavolo per fare due passi. Io annuisco e lo ringrazio.

Nei giorni successivi David diventa il mio punto di riferimento a Bekoji, il mio traduttore, la mia chiave per scoprire cose nuove della cultura locale.

Camminiamo in silenzio, guardandoci attorno, altre volte parliamo a non finire, e lui vuole sapere tutto di dove vengo. Mi diverto a vedere la sua reazione quando gli parlo di aerei, spiagge, grattacieli altissimi, e allora mi racconta cose del suo mondo che non conosco, scoprendo ogni giorno moltissimo da lui. Due settimane dopo mi invita finalmente a casa sua, per quel famoso caffè che prendiamo insieme alla nonna e alla cugina. In Etiopia la cerimonia del caffè equivale a una piccola festa, e il pavimento della casa viene cosparso di popcorn in onore dell’ospite. Sono le donne che si occupano di questa cerimonia, che inizia dalla tostatura dei chicchi, della macinazione e dell’infusione. Si tratta di un vero e proprio rituale per servire una bevanda sacra per la loro cultura. L’avevo visto praticato in alcuni bar ma non c’è confronto quando una famiglia lo fa apposta per te.

La casa di David si trova ai margini del bosco, vicino a un ruscello, e detta così sembra quasi una favola. In realtà la costruzione è una capanna fatta con muri di fango e il tetto in lamiera, e il soggiorno uno spazio angusto dove l’unico letto è condiviso con nonna e cugina. David è orfano dei suoi genitori e frequenta il quarto anno delle superiori. Un adolescente che nel nostro paese girerebbe con i pantaloni firmati e lo smartphone in tasca, mentre qui c’è a malapena la corrente. Una lampadina penzola dal soffitto, e sotto i nostri piedi il pavimento non è altro che terra battuta.

Il caffè è squisito, forse l’unica volta in cui ne ho bevuto uno migliore del nostro fuori dall’Italia. Mentre sono ancora seduto David mi da una lettera. “È per me?” gli chiedo incuriosito. Si, risponde lui. La porto a casa, voglio leggerla con calma. Due ore dopo la apro, mi siedo e inizio a leggere. Non ho idea di cosa potrebbe scrivermi un adolescente etiope che mi conosce da una manciata di giorni, ma ci metto poco a capirlo.

Dal mio arrivo in Africa molte persone mi hanno avvicinato per chiedermi aiuto, spesso elemosina, spesso soldi, ma questo ragazzo ha fatto una cosa che gli altri non hanno fatto. Si, mi ha chiesto aiuto, perché comunque qui vedono negli europei, negli occidentali, una forma di ricchezza inimmaginabile ma l’ha fatto con una certa dignità. Mi ha scritto una lettera che comunque richiede uno sforzo, una preparazione, ed è molto più che un porgere la mano per chiedere semplicemente dei soldi. Mi ha scritto una lettera proponendomi un’idea di business. Un’idea e un investimento che dovrei fare per sostenerla. Un’idea per non vivere di elemosina o lavori estemporanei con gli stranieri ma vivere con un suo capitale, con una sua iniziativa. Le idee che mi ha proposto sono state due. Non sono cose da poco e comunque sono iniziative dignitosissime:

  • Qui il servizio dei taxi è fornito con i bajaj, sono delle Api con cui le persone per qualche Bir, che sono pochi centesimi di euro, si spostano all’interno del paese.
  • L’acquisto di un computer per fare un servizio di blockbuster in una zona dove non esiste internet: scaricare dei film per poterli affittare tramite chiavetta alle persone del villaggio.

Nonostante una situazione di degrado, di povertà, David è l’esempio che comunque sia ci sono dei ragazzi, delle persone non solo giovani, che non hanno smarrito la propria dignità, il desiderio di rimboccarsi le maniche e tirarsi in piedi da soli e lavorare. Qui c’è tanta voglia di lavorare ma non ci sono le condizioni per poterlo fare. David mi chiede una mano per avviare la sua attività proponendomi due idee perché non ne vuol sapere di fare l’elemosina in giro e vuole lavorare con dignità, il problema è che per farlo ha bisogno di un aiuto concreto, e quell’aiuto l’ha chiesto a me. Una delle due idee proposte è attuabile.

Un noleggio film, come i blockbuster che c’erano in Italia fino alla fine degli anni ’90, prima che internet li rendesse di colpo obsoleti. Un blockbuster, a Bekoji. In effetti non c’è internet e la gente i film deve andarseli a comprare. Per il villaggio c’è un negozietto che li vende, e se ne esiste uno, perché non potrebbe esisterne un secondo?

Ok David tutto bello ma io non ho quella disponibilità, mi ripeto nella testa mentre sono seduto con la lettera in mano. Il giorno dopo vado a cercarlo in paese. Lo trovo con un amico fuori da una latteria. Andiamo al Wabe, la mia base, e appena ci sediamo gli spiego che vorrei aiutarlo. Il problema è che non dispongo di quei mille euro che gli servirebbero per cominciare. Però forse c’è qualcuno che potrebbe aiutarci, anzi, più di un qualcuno. Prima di partire per l’Africa avevo attivato un account su Instagram chiamato Run.Kenya per documentare la mia avventura in terra africana, e ho una piccola comunità di 400 followers che mi seguono.

La casa di David

Prometto a David che pubblicheremo alcuni video sulla sua vita, la sua casa, la sua situazione, e vedremo di lanciare un appello alla gente per raccogliere un po’ di denaro. E infatti così facciamo, girando video su video manco fossimo dei videomakers professionisti. Dopo tre giorni, i video sono pubblicati e le prime reazioni non si fanno mancare. La gente mi scrive per saperne di più. Su David, sul negozio, su come potrebbe rendersi utile per la causa del ragazzo. E così creiamo una pagina di crowdfounding, Run4David, per raccogliere gli aiuti. Donare i soldi è sempre qualcosa che la gente non ama fare. Prima di tutto perché non si sa mai bene dove finisca il denaro, secondo perché dietro quelle organizzazioni che lo raccolgono c’è sempre un velo di mistero che non lascia proprio tranquilli. A volte questo velo è alimentato dal semplice fatto di non poter seguire realmente il percorso della donazione. Non sapere.

Chi mi segue però mi conosce, e io lascio bene intendere che tutti quei soldi verranno gestiti da me in prima persona, sul posto. Documentando ogni nostra spesa, ogni nostro acquisto. E il miracolo avviene, eccome! Nel giro di una settimana raccogliamo cinquecento euro, e nel giro di due la somma si triplica. Bellissimo, un sogno che quasi si avvera. Adesso non restava che passare dalla teoria alla pratica. Per prima cosa giriamo per Bekoji in cerca di un locale da affittare, poi ci rechiamo nella città di Adama per acquistare un tera di memoria in film. Mille trecento film doppiati in inglese e amarico per i futuri clienti di David. Poi non ci resta che salire ad Addis Abeba per comprare un pc, e uno schermo per la play station.

Si, non l’ho detto ma parte del progetto prevede anche di offrire la possibilità di fare una partita alla play per cinque Bir, che sarebbero anche poca roba da noi in Italia, ma in Etiopia ti aiutano a mangiare. E così, quando finalmente abbiamo comprato tutto, il negozio di David può aprirsi. Manca solo il nome da dargli, ma il ragazzo ha le idee chiare. Lo vuole intitolare a me per omaggiarmi dell’aiuto datogli. Steven Movie Centre. Ma la gioia nel vedere il sogno di questo adolescente realizzato mi aveva già ripagato di tutto. 

A distanza di mesi, il progetto per cui avevo intrapreso il mio viaggio è concluso. Testo, sinossi, copertina, editore. Un libro: Oltre il Confine. Quel ragazzo di diciassette anni, educato molto timido, che parla inglese, ne fa parte. La sua vita non è stata semplice a partire dalla perdita dei suoi genitori fino ad un problema di cuore che gli ha impedito di avere una vita normale, eppure…

Non leggo rabbia o frustrazione nelle sue parole, solo una dignitosa accettazione. Ho sempre ammirato quelle persone che sono riuscite a rimanere in piedi dopo aver attraversato la tempesta. Ogni traguardo, anche i più piccoli, quanto devono essergli costati in più?

Stefano Pampuro

Fin da piccolo ero una persona curiosa, amante della scoperta, dei viaggi, della storia. Ho studiato relazioni internazionali e poi storia all’Università di Genova dove mi sono laureato in Scienze Politiche. Comunicatore, ho vissuto in diverse città europee tra cui Bristol, Atene e Barcellona, portando avanti le mie due passioni più grandi – scrivere e correre – anche grazie a collaborazioni con La Stampa, The MediTelegraph, Action Magazine e Il Secolo XIX. Nel 2015 ho attraversato la Spagna per conoscere i più grandi maratoneti del paese, raccontando il mio viaggio nel libro Ogni corsa un viaggio. Nel 2020 sono partito per un soggiorno di cinque mesi tra il Kenya e l’Etiopia per conoscere da vicino la realtà della maratona laddove tutto ha avuto inizio: un viaggio che mi ha regalato una prospettiva nuova del mondo e della vita.