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Ue, giro di vite sull’informazione digitale?

Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione europa sul sesto potere delle big tech tra effetti e conseguenze economiche, sociali e democratiche. L’attacco rivolto a Google, quale manifesto della presa di posizione dell’Ue sulle maggiori piattaforme internet sullo sfondo delle azioni qAnon durante le presidenziali statunitensi.

Il potere crescente delle più grandi piattaforme Internet e la loro incredibile influenza economica e persino politica mi preoccupano sempre più.” – dichiara il presidente della Commissione europea a proposito del potere informativo digitale proprio delle big tech – “Condivido l’opinione che non si possa parlare solo della grande promessa del mondo digitale; dobbiamo anche parlare dei problemi che sta creando per le nostre economie, le nostre società e anche la nostra democrazia“. Risultati di ricerca, salvataggio delle pagine cache, feed, notizie in evidenza su timeline sempre più orientate alle app per device mobili, algoritmi che determinano l’importanza di una notizia sempre più da prospettiva semantica, sono alcuni degli elementi considerati nella bozza delle nuove direttive sui servizi digitali della Commissione per contenere l’usufrutto gratuito delle notizie da parte di Google, Facebook e Twitter.

L’intenzione del Parlamento europeo sarebbe quella di costringere le big tech a pagare i media tradizionali per l’utilizzo delle loro produzioni informative. Questo potrebbe avvenire nei prossimi giorni tramite la proposta di emendamento di due nuove direttive sui servizi digitali. Dunque, il Parlamento intenderebbe rinforzare la vigente direttiva su copyright e diritto d’autore sull’obbligo di negoziazione per un giusto compenso sull’uso delle notizie prodotte dagli editori per riequilibrare il potere contrattuale tra editori e big tech. L’obiettivo è quello di garantire una equa distribuzione delle notizie a tutela della pluralità dell’informazione possibile solo salvaguardando il futuro dell’editoria digitale, “bene primario per difendere lo stato di diritto di una democrazia“. Un valore quanto mai fondamentale nei domini dell’informazione digitale, così come dimostrato dalle presidenziali USA anche sull’onda del caso Parer.

Affermare che Parler ha subito la stessa sorte che toccò ad 8chan è fuori luogo e non corrisponde alla realtà dei fatti. Le similitudini tra le due piattaforme si esauriscono nei contenuti che hanno provocato la reazione del fornitore di hosting. Parler venne scelto dagli estremisti qanon e whitesupremacist come via di fuga in seguito all’alzata di scudi in stile watchdog dei social più noti, ma è falsa la percezione temporale dell’esodo: gli estremisti non migrarono in massa ne “da qualche giorno” ne “da qualche settimana”. Già lo scorso novembre Parler era piattaforma nota e usata dai qanon anche a causa del giro di vite di Twitter.. – Parler di disinformazione
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