Il mondo del clubbing oggi è l’assenza dei set live, del floor, del contatto, delle serate nei club . A Roma, una delle capitali europee della musica elettronica, questa è una mancanza che pesa, si sente, anche sulle produzioni. Oltre che per le inevitabili ripercussioni economiche sul settore del clubbing e sul comparto dell’Intrattenimento, le produzioni musicali al tempo del covid sono differenti perché l’ispirazione arriva da prospettiva inedita. Cosi anche per Sirocco e Zefiro, i venti del clubbing sulla pandemia. Sirocco. Lo scirocco magrebino, l’Euro greco e romano, il vento caldo che scorre dall’aurora. Zefiro. Il vento moderato, a volte freddo e mutevole eppure saldo nella sua promessa, il vento che anticipa la primavera, l’araldo del cambiamento.

Il Kenya delle migrazioni continentali
Il Kenya delle migrazioni è multietnico e, in una certa misura, è anche un osservatorio naturale dei flussi migratori in atto sul continente africano. Crocevia di migrazioni interne, forzate, internazionali, questa nazione fu oggetto d'indagine nell'anno chiave dell'incremento d'attività dell'estremismo islamico. Nel 2015 il Kenya accoglieva un milione di immigrati, per la maggior parte continentali, due terzi dei quali avevano scelto il Kenya per motivi lavorativi, economici o per le opportunità d'istruzione altrimenti inottenibili nei paesi di origine. Il terzo rimanente era rappresentato da rifugiati provenienti da zone di guerra o di alta instabilità sociale. Nel 2020 i cambiamenti più significativi riguardano la percezione del territorio a livello internazionale.

Le migrazioni continentali sulle rotte keniane nel 2015 arrivavano principalmente dall’Uganda e dal Sudan, non necessariamente paesi d’origine dei flussi: l’attenzione in quel periodo era dedicata ad analizzare il movimento delle migrazioni forzate su cui si focalizzavano gli interessi dei trafficanti di esseri umani, individuando un’origine comune (la Somalia) e rotte migratorie lungo il confine tra Kenya e Uganda. Dal 2015 al 2020 i flussi migratori forzati non hanno avuto incrementi significativi se non nei numeri fuori ragione di Dadaab, la più vasta “città invisibile” al mondo di profughi. Le migrazioni economiche, seppure invariate nei numeri, ad oggi consolidano interessi internazionali di partecipazione solidale ma anche la percezione del Kenya come terra di frontiera speculativa, spesso conseguenza di cronache d’inchiesta mirata, che non raccontano il Kenya con gli occhi delle migrazioni. Quelli italiani, in primo luogo, offrono un punto di osservazione privilegiato: grazie alle nostre migrazioni possiamo iniziare a raccontare un Kenya differente, crocevia di Migranti, speranze e opportunità.

Fonte di questo screen e dello screen di copertina: Migration Data Portal provided by IOM UN Migration

Dadaab, il più grande centro di accoglienza del mondo, o altrimenti la più grande prigione a cielo aperto del mondo, ha una storia di oltre 30 anni seppure non presente sulle mappe geografiche come punto di riferimento delle rotte migratorie africane. La questione sulla gestione dei flussi forzati – continentali o internazionali – raggiunse il suo apice nel 2016: “Chiudere Dadaab? Impossibile. Liesbeth Aelbrecht, capo missione Msf in Kenya, non ha dubbi: organizzare il rimpatrio volontario di oltre 270 mila persone sarebbe un’operazione gigantesca e difficile persino da immaginare“. Tra le motivazioni scatenanti il caso Dadaab era sottintesa anche la priorità di monitorare i potenziali centri di reclutamento o di transito verso il nord Africa dell’estremismo islamico. Per capire l’attualità di Dadaab oggi, sulle rotte di transito delle migrazioni forzate, può aiutare una delle storie recenti documentate da Medici Senza Frontiere:

Nel 1991 Janai Issack aveva 10 anni quando si è trasferita nel campo con la sua famiglia, in fuga dalla violenza in Somalia. Nel corso degli anni sono cambiate molte cose: si è sposata, ha dato alla luce i suoi figli e ora vivono tutti insieme in un compound. Molti rifugiati a Dagahaley, uno dei tre campi che costituiscono l’intero campo profughi di Dadaab, con una popolazione di circa 75.000 abitanti, condividono storie simili a quella di Janai. Si lamentano della riduzione degli aiuti umanitari, in particolare delle razioni alimentari. A settembre, il Programma Alimentare Mondiale (WFP) è stato costretto a ridurre ulteriormente la distribuzione generale di alimenti nei campi profughi al 70% delle razioni normali, a causa di gravi vincoli finanziari. Molto probabilmente ciò avrà un impatto negativo sulle condizioni di salute dei rifugiati.

Il data report UNHCR del 31 dicembre 2020 segnala 506.670 migranti in attesa d’accoglienza tra rifugiati e richiedenti asilo (51.805); 454.865 accolti. I paesi d’origine che alimentano il flusso sono due, con altrettante crisi in atto: Somalia, Sud Sudan.

Per la sua posizione sulle mappe dei flussi migratori, oltre che per il potenziale del territorio, in Kenya agiscono partecipazioni internazionali in supporto all’UNHCR – che fino al 2006 controllava direttamente i flussi migratori, onere poi assunto completamente dal Kenya nel 2009.

L’UNHCR non ha la capacità di garantire una copertura fondi adeguata (al settembre 2020 il gap tra stanziamenti erogati e previsti era di circa il 50%) e non ha nemmeno la capacità d’intervenire attivamente per migliorare lo scenario d’intervento, non controllando “l’ultimo miglio” dei fondi stanziati al Kenya.

Con gli occhi delle migrazioni - Il fenomeno dei flussi migratori scatenati da instabilità sociali o guerre è comunque parte di un quadro più ampio. Un ruolo ugualmente fondamentale e decisivo sull’incidenza dei flussi è ricoperto dalle motivazioni economiche. Depressione, recessione, spostamenti verso grandi nuclei urbani, quando non risolvibili all’interno di una nazione sono tra le premesse dei viaggi della speranza. Consideriamo Migrante qualsiasi persona che per qualsiasi motivo vive in una nazione differente da quella d’origine. Ugualmente consideriamo Migranti tutte quelle persone che vivono in regioni differenti da quella nativa entro i confini della loro nazione. I movimenti migratori per ragioni economiche sono una costante nella Storia dell’Uomo, oggi accelerati dalla crescita esponenziale del divario economico ricchi/poveri in un epoca definita da società globalizzate fondate sul dislocamento delle risorse immaginato e sottoscritto a Doha nel 2001.

La relazione speciale 2020 della Corte dei Conti Europea su Gli aiuti allo sviluppo forniti dall’Ue in Kenya indica che “oltre alla definizione dei settori prioritari in base al piano di sviluppo nazionale del paese partner e alle priorità e agli interessi degli Stati membri dell’UE stabiliti dallo strumento NDICI, le priorità della Commissione in materia di cooperazione allo sviluppo per il prossimo quinquennio comprendono il Green Deal, le tecnologie digitali e dei dati, i partenariati in materia di migrazione, la crescita sostenibile e l’occupazione, nonché la governance, la pace e la sicurezza. In tale contesto, la promozione della crescita sostenibile e della creazione di posti di lavoro dignitosi figura tra le priorità della cooperazione attuale e futura dell’UE“. Qui trovano contesto le partecipazioni dei paesi dell’unione, ognuno con propri interventi quando non coordinati con altri o partecipati con interessi extra-europei.

La partecipazione italiana è in primo luogo definita dalla Ratifica ed esecuzione dell'Accordo fra Italia e Kenya relativo al Centro spaziale Luigi Broglio, fatto a Trento il 24 ottobre 2016 e presentato alla Camera il 31 ottobre 2017.

Onorevoli Deputati! -  Con il presente disegno di legge il Governo chiede alle Camere l'autorizzazione alla ratifica dell'Accordo fra il Governo della Repubblica italiana e il Governo della Repubblica del Kenya relativo al Centro spaziale Luigi Broglio – Malindi, Kenya, con Protocolli attuativi, fatto a Trento il 24 ottobre 2016. Contesto dell'Accordo: le relazioni tra l'Italia e il Kenya sono eccellenti, con un buon livello di cooperazione in campo economico-commerciale, suscettibile di essere ulteriormente rafforzata. La collaborazione bilaterale si sta ampliando, oltre che in campo spaziale, nei settori della difesa e della sicurezza, della cooperazione giudiziaria, della lotta contro la pirateria e della cooperazione allo sviluppo (in particolare con un programma integrato per lo sviluppo del distretto di Malindi, ove ha sede il Centro spaziale Luigi Broglio, di seguito denominato anche «Base».

Il Centro spaziale Luigi Broglio, così denominato dal 2001 in onore del suo ideatore, è un progetto aerospaziale varato nel 1966 (Progetto San Marco) su una piattaforma disusata utilizzata dagli USA e “riadattata per il lancio di satelliti nel porto di La Spezia“. Dal 2013 è gestito dall’Agenzia Spaziale Italiana ed attualmente utilizzato per il tracciamento e la raccolta dati di satelliti NASA, ESA e Agenzia Spaziale Cinese.

I firmatari dell’accordo bilaterale Italia Kenya sul Centro spaziale definiscono le competenze chiamate in causa. Il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca per il governo italiano. Il Ministro della Difesa per il governo keniano.

L’accordo ha una durata di 15 anni ed include – tra le prerogative e gli obblighi dell’Italia:

  • Il versamento annuale di 250.000 dollari per l’utilizzo dei terreni messi a disposizione per la base, con aggiornamento del compenso pattuito di 50.000 dollari ogni 5 anni;
  • ulteriore versamento da pattuire per ogni nuovo lotto acquistato;
  • il versamento al Kenya del 50% dei profitti derivanti da contratti con Terzi per i servizi commerciali forniti dalla base, inclusi, ma in maniera non esclusiva, i servizi di lancio, servizi di telemetria e controllo dei satelliti, servizi di comunicazione, acquisizione di dati, sorveglianza e navigazione, con l’eccezione di accordi di cooperazione che non comportino scambi di fondi;
  • supporto d’intesa con il Kenya per lo sviluppo dell’area e della comunità di Ngomeni (contea di Kilifi) secondo quanto verrà congiuntamente concordato.

Tra gli obblighi del Kenya, in consultazione con il Governo della Repubblica Italiana, l’individuazione dei progetti di sviluppo da realizzare nell’area di Malindi relativamente a:

  • programmi di aerospazio,
  • scienza e tecnologia spaziali,
  • corsi nel settore della Difesa,
  • borse di studio formative in altre discipline,
  • la promozione dell’accesso ai servizi medici nelle aree remote,
  • la promozione dell’uso della telemedicina negli istituti sanitari.

Dal 1966 Malindi è l'Avamposto Italia più importante del Kenya: oltre il 65% degli Italiani residenti in Kenya vivono nella contea di Kilifi e con loro è radicato tutto il tessuto italiano generazionale di relazioni sociali ed economiche.

In Kenya, come in ogni altra nazione straniera, qualsiasi attività italiana su territorio straniero è registrata, aggiornata e (se necessario) monitorata d’ufficio da personale diplomatico della Repubblica Italiana e ogni Italiano residente è registrato all’AIRE.

Acronimo di Anagrafe Italiani Residenti all'Estero, l'AIRE è un registro di competenza della Farnesina istituito "con legge 27 ottobre 1988, n. 470 e contiene i dati dei cittadini italiani che risiedono all’estero per un periodo superiore ai dodici mesi" e la cui gestione spetta ai comuni "sulla base dei dati e delle informazioni provenienti dalle Rappresentanze consolari all'estero". Questo significa tra l'altro che l'eventuale notifica di tribunali italiani a connazionali residenti all'estero deve avvenire tramite comunicazione diretta all'Ambasciata di riferimento che si attiverà per notificare l'atto al destinatario attraverso i suoi uffici consolari, "i primi responsabili dell'aggiornamento, gestione e condivisione dei dati relativi agli Italiani presenti nelle loro aree di competenza".

I migranti italiani iniziarono a stanziarsi a Malindi tra il 1980 e il 1990. La futura capitale dei migranti italiani era un piccolo villaggio di pescatori in una zona in cui gli interessi turistici più forti riguardavano inglesi e tedeschi. Gli italiani convergevano su Malindidedicandosi anche all’edilizia residenziale che, anno dopo anno, ha trasformato il piccolo villaggio di pescatori di Malindi, nell’attuale Little Italy. Gli alberghi, i bar, i ristoranti, le agenzie escursionistiche (tutti a conduzione italiana) si moltiplicarono come funghi, mentre negli anni ’80, chi voleva gustare un buon pasto italiano poteva solo farlo allo storico ristorante La Malindina, frequentato da personaggi illustri della cultura, della politica e dello spettacolo. Oggi, a quanto ci risulta, a Malindi è rimasto un solo albergo a conduzione tedesca, tutto il resto è italiano e un po’ anche locale. A Watamu, Kilifi e Diani, invece, sopravvivono ancora resort gestiti da altri gruppi europei.

La Malindina del XXI secolonon è solo un bar ristorante, ma un contenitore di eventi, iniziative culturali, feste e concerti che aumentano e migliorano l’offerta turistica di una destinazione votata a qualcosa di diverso e più coinvolgente della semplice vacanza mare-sole-savana“, è l’istantanea di una comunità italiana fortemente radicata sul territorio che è riduttivo raccontare da prospettiva turistica. Le radici italiane in Kenya sono radici di Migranti, il cui primo seme venne piantato il 7 settembre 1962, giorno del battesimo del Progetto San Marco.

Il consolato della Repubblica Italiana a Malindi è una missione bilaterale atta a promuovere gli interessi Italiani in Kenya, inclusi gli sviluppi commerciali, affari culturali e le pubbliche relazioni con i media locali. Obiettivo primario del consolato è la tutela dei cittadini italiani rispetto ai diritti fondamentali ed alla libertà personale e la tutela degli interessi italiani fuori dai confini nazionali. – Farnesina.

Va da se che in una comunità fortemente radicata come quella italiana nella contea di Kilifi con progetti in essere che spaziano tra tracciamento, comunicazione, analisi di dati, monitoraggio satellitare, infrastrutture, iniziative atte a migliorare le aree locali sensibili per i progetti italiani – dunque incluse le attività umanitarie gestite da onlus italiane “per elevare gli standard della comunità indigena” – e, considerando l’usufrutto periodico di terze parti del Centro Spaziale che a sua volta coinvolge altri Servizi e altre dinamiche di sicurezza, non c’è arrivo e partenza d’Italiano che non siano noti e “catalogati”. E gli Italiani a Malindi? beh.. “tutti conoscono tutti” è il claim più noto e usato dai migranti italiani. Il discorso cambia quando vogliamo inquadrare il Kenya dall’Italia.

Se poco si conosce del Luigi Broglio, di Malindi oggi conosciamo la sua identità turisitica, documentaristica, e quegli spaccati di storie e territorio estrapolati dalle indagini, inchieste, ricerche e opinioni, anche speculative, sul rapimento di Silvia Romano.

La comunità italiana nella contea di Kilifi è stata oggetto di una puntuale analisi speculativa sugli interessi grigi delle migrazioni italiane: l’informazione internazionale ha battuto le strade dell’inchiesta orientata ai perché del rapimento avvenuto a 80 chilometri dalla più forte e storica comunità italiana in Kenya. Dal 20 novembre 2018 fino al giorno della sua liberazione, il Kenya delle migrazioni raccontato in Italia non fu quello dei migranti italiani in Kenya. Per quanto la stampa italiana sia presente in Kenya con autorevoli testate e progetti editoriali, i giornalisti sul campo non hanno avuto margine d’interesse propositivo in Italia se non quello di documentare le opportunità economiche presenti sul territorio, quale sfondo al rapimento della volontaria italiana. Alcune notizie trovavano riscontro a distanza di anni. Sulla stessa linea si sono mossi i filoni di ricerca italiani attorno agli interessi speculativi in Kenya, incluse le possibilità di acquistare biglietti di volo con formula “cooperanti” – volontari di una Onlus – per ottenere il via libera all’imbarco di ulteriori bagagli oltre a quello di diritto.

Il Kenya delle migrazioni italiane ne esce artefatto e irreale, seppure attuale e reale nei frammenti:

  • un italiano non registrato all’AIRE può avere un’attività e un recapito legale nella contea di Kilifi, anche con passaporto ritirato. Non fu semplice per il Tribunale di Latina riuscire ad ottenere la reperibilità dell’indicato dall’operazione Easy Gain condotta dalla Guardia di Finanza nel 2013. Solo il 18 giugno 2019il giudice monocratico del Tribunale dei Latina Rosamunda Zampi ha infatti revocato finalmente la dichiarazione di irreperibilità dell’imputato che fino ad oggi aveva impedito di iniziare il processo ed ha accolto la costituzione di parte civile di una decina di vittime dell’operatore finanziario“. Il Tribunale di Latina comunicò direttamente con l’Ambasciata italiana in Kenya che si attivò per notificare l’atto al destinatario attraverso l’ufficio consolare.
  • gli investimenti speculativi valgono centinaia di milioni di euro, ricorda la richiesta di rogatoria internazionale sulle attività della società italiana CMC di Ravenna: “le inchieste della magistratura di Nairobi sulle presunte tangenti pagate per ottenerli coinvolgono quattro ministri (Tesoro, Acqua, Turismo e Agricoltura). Un deputato di rilievo, legale rappresentante di uno dei fornitori locali di CMC, è stato arrestato nei giorni scorsi. Tutti i cantieri e i beni della cooperativa sono requisiti dall’autorità giudiziaria. All’indagine keniota se ne aggiunge un’altra, per ragioni simili, in Nepal“. Le cronache di inadempienze e guerra di querele tra magistrature e procure chiariscono i rischi di questo tipo di investimenti.
  • L’influenza italiana su diverse regioni africane è in declino per il mutamento di scenari geopolitici il cui effetto domino iniziato dall’arco mediorientale è arrivato nel tempo fino al Corno d’Africa con conseguenze dirette sulla rete di informatori che era un vanto dell’Italia. Una rete quanto mai utile sulle rotte delle migrazioni: “Ce la invidiavano tutti e Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna chiedevano ai nostri servizi quelle informazioni che non riuscivano a ottenere da soli: ‘Se esistesse ancora quel network non avremmo avuto bisogno della Turchia, che comunque in Somalia è un Paese straniero anche se a maggioranza islamica. Saremmo invece andati direttamente dai capi dei servizi segreti somali incaricandoli a trattare il rilascio della ragazza.

Il Kenya dei migranti italiani è altro. Durante le indagini sulle sorti di Silvia Romano, la voce mancata: “La comunità italiana vive, semplicemente, una sorta di disagio nel continuare a sentire le stesse cose, quel rovistare nel contorno che non giova alle indagini, che non serve a portare a casa Silvia. Tutti, per questo, proviamo un certo fastidio ma, soprattutto un grande dispiacere“. Il Kenya è un mosaico di migrazioni ma è spesso raccontato con contrapposti che aprono ad ambiguità interpretative che incidono sull’immagine delle migrazioni. Briatore vs. Silvia Romano non porta a nulla, ma è un esempio pratico di filoni narrativi che speculano sullo scenario kenyano.

Il Kenya delle migrazioni italiane ha un altro spessore: incontra quello delle migrazioni continentali di chi è in cerca di nuove opportunità economiche; ha effetti concreti sul tessuto sociale delle comunità e dei territori con cui interagisce.

Quando si tratta di migrazioni, la percezione occidentale è orientata verso racconti di esodi, guerre, fuga da fortissime instabilità sociali e resta a margine l’elemento narrativo più importante: la realtà delle migrazioni economiche che dominano sulle percentuali di quelle forzate. Ugualmente, quando si parla di cooperazione, missioni umanitarie, esperienze solidali, si è fortemente condizionati ad immaginare contesti d’emergenza: siamo impreparati a guardare da una prospettiva di opportunità, di scambio, in cui le migrazioni possono essere un valore aggiunto per tutti. Così guardiamo anche a quelle iniziative che coniugano sport a partecipazione sociale, percependole come siamo stati abituati: iniziative circoscritte a contesti specifici, settoriali, che sfiorano appena il tessuto sociale di sfondo senza lasciare un’impronta duratura. Valutiamo queste iniziative da una prospettiva occidentale in cui predominano intenzioni culturali e di marketing associate ad obiettivi solidali a termine, quando non speculativi.

  • Nell’immaginario collettivo italiano la costa kenyana con le sue strutture ricettive gestite da Italiani domina anche rispetto alla storica presenza di missionari come i Comboniani, impegnati in tante attività di cooperazione solidale. Lo slum di Korogocho a Nairobi è un contesto in cui vivono dalle 150.000 alle 200.000 persone nello spazio di 1,5 km2 in un degrado urbano senza futuro. Un bambino cresciuto nello slum, diventa un ragazzo senza alternative alla vita di strada. Qui i missionari cercano di portare supporto spirituale e materiale per mostrare e far capire ai giovani che un’alternativa è possibile. L’arrivo dei Comboniani in Kenya fu reso possibile grazie agli interessi italiani iniziati nel 1962, che garantivano un margine di sicurezza quanto meno opportuno: “Ma ci vuole la massiccia espulsione dei missionari dal Sud Sudan nel 1964 perché i primi comboniani vi mettano piede. In realtà, stavolta le prime ad arrivare, nell’ottobre del 1964, sono le suore, con 8 anni di anticipo sui comboniani“.
Le case di formazione comboniane in Kenya e Sud Africa
  • Nel mosaico delle migrazioni kenyane è doveroso ricordare l’impegno che un manipolo di connazionali appassionati di atletica ha sviluppato sugli altopiani keniani. Dagli anni 80 fino ai giorni nostri sono nati vari campi di allenamento gestiti proprio da manager ed allenatori italiani. Qui hanno trovato contesto e ambiente perfetto un numero importante di atleti, cosa impensabile in Italia, nella logica delle rotte migratorie che attraversano il Kenya da sud a nord e viceversa. Il dottor Gabriele Rosa – bresciano, antesignano tra il 1980 e 90 di un approccio rigoroso e scientifico all’allenamento – è stato colui che ha fatto fare un salto di qualità al movimento del running kenyano. Da lui sono passati tanti campioni olimpionici e mondiali. Il suo modello include uno staff italiano stabile nei campi di allenamento kenyani. Ancora oggi organizza gare in Kenya per scoprire nuovi talenti e dare loro la possibilità di affermarsi a livello mondiale.
Cos’è il running in Kenya, nel servizio fotografico Run2Gether di Marco Ferrario
Tutto nasce dal campo di allenamento (Camp), il punto di partenza per intraprendere una carriera internazionale: è la realizzazione di una aspirazione che tanti giovani atleti hanno ma che pochi riescono a raggiungere perché l’Atletica è competizione, selezione e solo pochi ce la fanno a concretizzare il loro sogno. Un Camp fornisce servizi essenziali (dormire e mangiare) e una guida tecnica che permette agli atleti di focalizzarsi solo sulla corsa. – Noi corriamo con Samia

Certo, le storie dei migranti italiani in Kenya sono spinte dalla passione, dalla solidarietà, da missioni spirituali quando non umanitarie, da interessi economici, dalla ricerca di opportunità economiche. Ma questa “nostra migrazione” ha creato di pari passo una migrazione “propositiva” per tanti kenyani, non da ultima una migrazione “sportiva” per tanti atleti che hanno avuto ed hanno tuttora la possibilità di uscire (regolarmente) dal proprio paese per andare a gareggiare in giro per il mondo. Così facendo si guadagnano da vivere, sostengono le proprie famiglie e diffondo la cultura del Kenya a tutte le latitudini.

Migranti

Progetto Intruder di divulgazione informativa sviluppato in concerto da più autori e fonti, Migranti si propone di raccontare il continente africano con gli occhi delle migrazioni di chi l’Africa l’ha vissuta e la vive ogni giorno per lavoro, per passione, per scelta di vita. I contenuti di Migranti sono sviluppati secondo gli standard previsti dalla nostra Legacy e pubblicati sotto Licenza Creative Commons BY-NC 4.0.

25 gennaio 2021 - Con gli occhi delle migrazioni introduce l'argomento trattando del significato comune attribuito al termine migranti nel corso degli ultimi anni, anche associato a quello di profughi.

Per approfondire le tematiche trattate vi invitiamo a consultare le documentazioni prodotte dagli enti e le organizzazioni nazionali e internazionali di riferimento.