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Gioco e Scuola, prima regola: “segui il bambino!”

Insegnando gli Scacchi alle elementari durante l'orario curricolare, ho la possibilità di proporre uno strumento educativo e di crescita personale basato sul gioco contestualizzato agli obiettivi pedagogici della Scuola primaria. L'accettazione delle regole è un caposaldo nei programmi educativi nazionali già dalla Scuola d'infanzia. Il gioco come strumento di supporto allo sviluppo del bambino allora diventa un modo unico e divertente di comprendere l'importanza delle regole senza porre i bambini davanti ai "perché si" e "perché no" che per loro non hanno alcun senso pratico e istruttivo. Il gioco permette al bambino di "capirsi" e di "capire" le differenze e le similitudini tra sé e gli altri e di misurare le proprie capacità senza inutili differenziazioni di genere.

Gioco e Scuola, prima regola: “segui il bambino!”

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L’accettazione delle regole quale sinonimo di una società ‘intelligente’ o ‘evoluta’. In un gioco è molto semplice. Nel Gioco degli Scacchi le regole sono conosciute da entrambi i giocatori. Eppure accade che uno vinca e l’altro perda, dov’è la differenza? Nella maggior conoscenza delle regole! Facile no? Facciamo un passo indietro. Mi occupo di Scacchi e lavoro con i bambini. Prima del Covid ne seguivo 720, ora in tutto sono 520 e in un mese ne vedo 320. In che modo si accompagna un bambino all’accettazione delle regole nel suo progressivo divenire tra gioco, scuola e società?

Il primo archetipo di società con la quale il bambino si confronta è la famiglia: la prima scuola educativa in cui cresce, quella su cui si modella il suo primo ideale d’autonomia mediante la relazione sociale e pedagogica con genitori, fratelli, familiari e mediante l’accettazione di ruoli e regole propri dell’organizzazione familiare di cui fa parte. Famiglia intesa nella sua più ampia accezione del termine, intendiamoci. Ad ogni modo, ogni famiglia ha una propria organizzazione, propri orari e proprie regole, e ogni famiglia è unica, diversa da tutte le altre. Fondamentale è il ruolo educativo dei genitori (o di chi ne ricopre il ruolo) che devono guidare e sostenere il figlio. Poi arriva l’impatto con la Scuola, il primo banco di prova educativo fondato sul principio che “se un bambino non riesce a rispettare le regole allora ha problemi di socializzazione imputabili al suo contesto familiare, sociale oppure a limiti personali“.

La famiglia ha un ruolo fondamentale nel preparare il bambino al suo primo incontro con la società. Il compito della famiglia è quello di favorire lo sviluppo delle basi formative che concorrono allo sviluppo della personalità del bambino, affettiva, cognitiva, morale e sociale.

Lo stesso compito è assunto dalla Scuola dell’Infanzia strutturata per preparare il bambino alla Scuola primaria. Il passaggio dal nucleo familiare al primo nucleo sociale rappresentato da una classe scolastica è interpretabile come un processo di progressiva rielaborazione della realtà che il bambino sta apprendendo nell’incontro quotidiano con i suoi coetanei e con la cultura degli adulti che con le loro azioni insegnano la società con cui il bambino è invitato ad interagire. L’attività curricolare prevista dalla Scuola d’infanzia si propone il perseguimento di obiettivi formativi per iniziare ad orientare il potenziale del bambino tra metodi e contenuti.

In Cultura, scuola e persona che apre le Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione recanti il Regolamento “a norma dell’articolo 1, comma 4, del decreto del Presidente della Repubblica 20 marzo 2009, n. 89” con pubblicazione nella Serie Generale della Gazzetta Ufficiale n. 30 del 5 febbraio 2013, leggiamo:

In un tempo molto breve, abbiamo vissuto il passaggio da una società relativamente stabile a una società caratterizzata da molteplici cambiamenti e discontinuità. Questo nuovo scenario è ambivalente: per ogni persona, per ogni comunità, per ogni società si moltiplicano sia i rischi sia le opportunità. Gli ambienti in cui la scuola è immersa sono più ricchi di stimoli culturali, ma anche più contraddittori.

Oggi l’apprendimento scolastico è solo una delle tante esperienze di formazione che i bambini e gli adolescenti vivono e per acquisire competenze specifiche spesso non vi è bisogno dei contesti scolastici. Ma proprio per questo la scuola non può abdicare al compito di promuovere la capacità degli studenti di dare senso alla varietà delle loro esperienze, al fine di ridurre la frammentazione e il carattere episodico che rischiano di caratterizzare la vita dei bambini e degli adolescenti.

Il paesaggio educativo è diventato estremamente complesso. Le funzioni educative sono meno definite di quando è sorta la scuola pubblica. In particolare vi è un’attenuazione della capacità adulta di presidio delle regole e del senso del limite e sono, così, diventati più faticosi i processi di identificazione e differenziazione da parte di chi cresce e anche i compiti della scuola in quanto luogo dei diritti di ognuno e delle regole condivise. Sono anche mutate le forme della socialità spontanea, dello stare insieme e crescere tra bambini e ragazzi.

La scuola è perciò investita da una domanda che comprende, insieme, l’apprendimento e «il saper stare al mondo». E per potere assolvere al meglio alle sue funzioni istituzionali, la scuola è da tempo chiamata a occuparsi anche di altre delicate dimensioni dell’educazione. L’intesa tra adulti non è più scontata e implica la faticosa costruzione di un'interazione tra le famiglie e la scuola, cui tocca, ciascuna con il proprio ruolo, esplicitare e condividere i comuni intenti educativi.

Sottolineo il passaggio “In particolare vi è un’attenuazione della capacità adulta di presidio delle regole e del senso del limite e sono, così, diventati più faticosi i processi di identificazione e differenziazione”. L’attenuazione della capacità di presidio delle regole inizia nel contesto familiare che è il primo riferimento del bambino. Sta alle figure genitoriali il compito di essere le prime, e più importanti, guide educative. Non amici ma padri e madri e ogni figlio non solo deve imparare ma deve essere consapevole del loro ruolo senza trattarli come fratelli o amici. Non esiste un rapporto genitori figli basato sulle urla, sugli insulti, sugli schiaffi, sulle goliardate dall’una o dall’altra parte. D’altra parte purtroppo ho assistito a molte scene del genere, perché “sono anche mutate le forme della socialità spontanea, dello stare insieme e crescere tra bambini e ragazzi“.

Un figlio non è l’amico o il fratello. Ma i genitori si sentono giovani più del dovuto, si fanno chiamare per nome,  accettano insulti e parolacce dai figli e si mettono a tu per tu nelle discussioni a volte per punto preso. Messo in discussione o caduto il rispetto verso le figure genitoriali, cadono le regole interne all’archetipo di famiglia come prima “palestra formativa” del bambino. Semplificando: tutto è dovuto, il disordine non è un problema, la paghetta perde di significato cedendo all’ “oggi mi compri questo“. L’imitazione: la play d’ultimo grido oggi, il capo firmato domani, per far parte del gruppo o fare gruppo. L’opinione del genitore, dell’amico troppo cresciuto che non capisce, che non vive al passo dei tempi, che fa troppo il genitore, non vale un orecchio e via di questo passo. Non si dovrebbe arrivare a tanto ovviamente. Le figure genitoriali dovrebbero abituare i bambini al significato del senso del dovere, alle responsabilità, spiegando l’importanza della scuola, insegnando loro il rapporto tra benefici e costo della vita, dialogando sui perché delle regole da rispettare dentro e fuori casa. “Grazie per il favore che mi hai fatto papà”. L’importanza di ringraziare perché nulla è dovuto e niente è un diritto acquisito, se non per gli arroganti, i maleducati e i viziati. L’importanza di insegnare il valore del merito in famiglie con più figli, evitando di privilegiare un figlio rispetto ad un altro, perché le regole sono uguali per tutti e devono essere rispettate da tutti senza distinzione. L’importanza di applicare metodi educativi individualizzati, perché ogni bambino è diverso dall’altro, per quanto un contesto familiare possa incidere sullo sviluppo del suo carattere.

Il secondo archetipo educativo è la Scuola primaria. Il primo luogo dove il bambino mette in pratica le regole primordiali, in fermento, che sta formando in seno alla sua famiglia. La Scuola è il banco di prova ma è anche il primo nuovo modello di società con cui il bambino si confronta al di fuori della famiglia.

La Scuola ha nuove regole, a volte sconosciute, e il primo insegnamento impartito al bambino è che le regole vanno rispettate senza se e senza ma. Non a caso proprio con questa nuova fase di vita accade talvolta che alcuni bambini sembrino “regredire”, andare in crisi, o, viceversa, portino nel nuovo contesto-classe le loro difficoltà emotive irrisolte. Per gli insegnanti si tratta allora di quei bimbi:

  • ingestibili
  • oppositivi
  • provocatori
  • immaturi
  • che vivono nel loro mondo
  • agitati
  • eccessivamente vivaci
  • iperattivi

… per citare solo alcune delle rappresentazioni che possono emergere.

Si tratta evidentemente di una situazione che può mettere in scacco il ruolo educativo dell’insegnante, e ostacolare gli obiettivi didattici, normativi, di integrazione e di benessere dell’intero gruppo-classe, adulto compreso.

Talvolta, proprio in vista delle future richieste, accade che già dalla Scuola dell’Infanzia si adottino stili educativi molto normativi, affinché i bimbi siano adeguati alle richieste sociali e degli adulti, dimenticando, ignorando o trascurando però il percorso di sviluppo che porta all’interiorizzazione delle regole e dei limiti e alla capacità di stare in un contesto di gruppo.

Affinché un bambino possa sviluppare queste competenze, è necessario anzitutto che il suo processo di strutturazione individuale gli abbia permesso di interiorizzare il legame affettivo con le figure di attaccamento principali. Cioè, che le immagini parentali siano state interiorizzate come oggetti buoni e rassicuranti che possano accompagnarlo nell’esplorazione del mondo, ma anche come limite, norma e divieto che gli permettano di situarsi in una posizione sempre più matura nella dialettica tra principio di piacere e principio di realtà.

Tale dialettica persiste per tutta la vita dell’individuo, il quale nel corso della crescita dovrebbe acquisire sempre maggiori mezzi per garantire alla propria vita immaginaria e al proprio desiderio di non essere schiacciati dal confronto con la realtà, ma di portarvi i propri contenuti profondi, in una dimensione sociale e condivisa.

The Queen’s Gambit – La Regina degli Scacchi – è la serie Netflix tratta dall’omonimo romanzo di Walter Tevis ( 1928 | 1984 ) pubblicato nel 1983. “Quando da bambino mi sono avvicinato agli scacchi avevo paura delle ragazze, avevo paura di molte cose, e gli scacchi mi aiutarono a sbarazzarmi di un po’ di quell’ansia spostandola su qualcosa che era relativamente sicuro” – disse l’autore nell’intervista audio concessa al giornalista Don Swaim il 15 febbraio 1983. Nel romanzo, che la serie ha rispettato in modo esemplare, Tevis ha sviluppato la personalità di Beth Harmon su ricordi e sensazioni di alcune delle sue esperienze di bambino. Nella sua opera c’è molto di autobiografico. “Quando aveva nove anni gli fu diagnosticato una cardiopatia reumatica e soffrì di un disturbo neurologico che provoca scatti involontari del corpo. Allora i suoi genitori lo portarono alla Stanford Children’s Convalescent Home per il trattamento, dove – nel tentativo di mantenere i bambini sedati – è stato tranquillizzato quotidianamente con tre dosi di fenobarbital, un barbiturico usato per l’epilessia, ma anche impiegato come sedativo“, ci ricorda Inside The Queen’s Gambit: Exploring the unknown Bay Area origins of the Netflix hit dove trova spazio un retroscena raccontato dal figlio Will: “Quando aveva la febbre lo immergevano nell’acqua ghiacciata. Immagina di farlo a un bambino i cui mamma e papà non sono nemmeno lì?“.

Dobbiamo guardare più in alto e scavare più a fondo, andare al di là di ciò che è scontato e universale. In teoriachiunque può imparare a giocare a scacchi in mezz’orae le regole sono uguali per uominidonne e bambinima solo quando ci spingiamo per la prima volta al di là di esseoltre quel primo livello in cui siamo concentrati esclusivamente sulle mosse consentite, cominciamo a dar forma alla struttura che ci rende diversi da chiunque altro abbia mai mosso una pedina.” – scrive Garry Kasparov nel suo nuovo libro Gli scacchi, la vita – “Tali modelli acquisti e la logica che li regola si combinano con le nostre qualità intrinseche per creare un individuo unico nelle proprie modalità decisionali. Esperienza e conoscenza si definiscono attraverso il prisma del talento, anch’esso manipolabile, modificabile e coltivabile: un insieme che è la fonte dell’intuizione, strumento assolutamente unico per ciascuno di noi. Così iniziamo a scorgere nelle nostre decisioni quello che definiamo lo ‘stile’ di uno scacchista, c’è l’influenza della psicologia individuale e della struttura emotiva. Gli scacchi sono uno strumento ideale per esaminare queste influenze perché, per dare il meglio di noi stessi nel gioco, siamo obbligati ad analizzare le nostre decisioni e il processo che a esse ci conduce.“. La Regina degli Scacchi comprende anche lo stile di Kasparov, che ha supervisionato la serie contribuendo al realismo delle partite, suggerendo il modo ti toccare i pezzi, l’atteggiamento dei giocatori e soprattutto aiutando “a far capire com’era l’Unione Sovietica, specie nell’ambito di un gioco come gli scacchi, su cui lo Stato aveva investito moltissimo per ragioni ideologiche“, spiega il 13° campione del mondo nell’intervista di Repubblica del 22 gennaio 2021 Garry Kasparov, l’ultima mossa del Re degli Scacchi. The Queen’s Gambit, Il Gambetto di Donna “è la storia perfetta di una outsider che dalla provincia più profonda sale sul tetto del mondo contro ogni difficoltà, incluse le sue personali. Dimostrando che gli scacchi aiutano a risolvere i problemi e a rafforzare il carattere“.

Le bambine, per esempio, che credono di essere più deboli, sia fisicamente che mentalmente rispetto a un maschio, scoprono che non è così. Loro tendono ad essere più cooperative e giocano con tutti i pezzi rispetto ai bambini, che sono più aggressivi e vogliono giocare solo con la regina per tentare il matto subito. Quando finisce una partita le bimbe raccontano l’una del gioco dell’altra e di come avrebbe potuto svolgersi, mentre i maschi competitivi, del proprio gioco e di come avrebbero potuto vincere. Del resto, le aperture di re sono più aggressive, più aperte, quelle di regina più chiuse, più vocate a lunghe manovre. Noi giochiamo a scacchi con la vita. Una mossa che ci sembra sbagliata può essere un’opportunità. Una posizione svantaggiosa può farmi diventare più vigile e vincere la partita. Anche l’esperienza della sconfitta, che per i bambini è difficile, è fondamentale, devono comprendere della necessità della sconfitta e anche dell’errore che va compreso e riconosciuto. – Il maestro e la Regina

Si tratta della dimensione del gioco nell’accezione data da Donald Woods Winnicott, pediatra e psicoanalista britannico, come zona intermedia tra l’individuo e la realtà, spazio potenziale di incontro tra il soggettivo e l’oggettivo nel quale la persona può agire creativamente. La soluzione di conciliazione offerta da Winnicott rispetto al rapporto persona/realtà/dimensione sociale è un percorso educativo ed esperienziale che muta nel tempo con il mutare della persona. Durante l’infanzia questa esperienza di autentica espressione di sé è garantita dal gioco, il cui ruolo nell’età adulta potrà evolvere nelle varie forme della cultura, intesa come spazio creativo in senso ampio, che procede da sé verso gli altri. Solamente se questa dimensione si preserva, dice Winnicott, l’individuo può realizzarsi, e non adattarsi passivamente alla realtà perché “è nel giocare e soltanto mentre gioca che l’individuo, bambino o adulto è in grado di essere creativo e di fare uso dell’intera personalità, ed è solo nell’essere creativo che l’individuo scopre il sé“.

In tal senso, gli adulti dovrebbero sempre ricordare quanto sia importante rispettare il pensiero “magico” dei bambini: esso è lo strumento che hanno per affrontare la realtà, spiegarsela, coglierne i nessi, in una parola crescere, è il loro particolare modo di funzionare e rapportarsi all’ambiente – e cesserà dopo i 6 anni circa, con un’affermazione crescente del pensiero logico.

Accompagnare il bambino nel mondo non significa presentargli argomentazioni logiche che non può comprendere, bensì osservare il suo grado di maturazione, spiegargli e fargli sperimentare i nessi del reale in modo graduale, rispettando la diversità del suo pensiero rispetto a quello adulto.

Allo stesso modo, dovrebbero rispettare i contenuti affettivi portati dai bambini: quando gli interventi educativi non ne tengono conto, risultano annichilenti, perché il “principio di realtà”, la norma, la regola, vengono vissute come qualcosa a cui adeguarsi, pena la perdita del rapporto affettivo con l’adulto importante. Gli educatori dovrebbero sempre considerare l’intensità dell’investimento affettivo operato dai bambini nei loro confronti, e prestare molta attenzione alla qualità dei propri atteggiamenti, delle parole usate, dei contenuti, del tono, e di tutti gli elementi non verbali della comunicazione.

Solitamente, però, quegli stessi bambini, non appena si trovano in un contesto più libero che lasci emergere le loro competenze reali, cessano di essere adeguati, perché la vita pulsionale, affettiva, energetica dell’individuo ha carattere centrifugo, tende a manifestarsi e ad emergere, a non restare celata, soprattutto quando il soggetto è in via di sviluppo. Ci si accusa di non rispettare le Regole, di imbrogliare…di aver “toccato” un pezzo e non un altro…e così via…casi normali di primi conflitti emozionali.

Sempre, un bambino che non riesce a rispettare delle regole o norme, o che le rispetta in alcuni contesti ma in virtù dell’adeguamento ai desideri dell’adulto, per poi mostrarsi totalmente diverso in altre situazioni, ci dice che:

  • le regole o norme vengono date in un modo che risulta intollerabile: scarsa sintonizzazione; prospettiva adulto-centrica; scarsa sensibilità verso gli aspetti profondi della vita affettiva; incoerenza dei messaggi che il bambino riceve, ad esempio tra il contenuto semantico delle cose che gli vengono dette e tono di voce, sguardo, tono corporeo; mancanza di autorevolezza, o di presenza, o ancora atteggiamento poco contenitivo o rassicurante.
  • oppure… esiste un’immaturità affettiva, per cui il bambino fatica a decentrarsi, invaso dall’immediatezza dei propri vissuti pulsionali che faticano ad accedere a una sfera simbolica, ad essere pensati, collocati, e quindi sono molto intensi e totalizzanti nel momento in cui emergono, dilagando sul piano del comportamento: il bambino sembra non “vedere” gli altri e a volte sembra “cadere dalle nuvole” quando gli si restituiscono verbalmente le sue azioni; comunque il bambino ha bisogno dell’adulto per il passaggio dal sé ai compagni; il bambino fatica ad aspettare, a rispettare i turni, a rimandare il soddisfacimento dei desideri, a riconoscere le esigenze altrui.
Agenda lezione di Scacchi in attività curricolare I.C. ‘E.Q. Visconti’ – Roma

Le regole non hanno solo una funzione di limite, infatti se si recupera il vero significato etimologico scopriamo che la parola significa guidare. In questo senso possono allora servire per dare una guida al bambino in modo da non lasciarlo privo di punti di riferimento aumentando il rischio di comportamenti problematici:

  • La maggiore difficoltà educativa è trovare un punto comune di accordo tra le regole date a scuola (o asilo nido) e le regole date a casa dai genitori. Per non generare conflitti le regole devono essere chiare e condivise da tutti, adulti compresi. 
  •  Al nido o a scuola gli educatori hanno maggiore possibilità di segnare confini precisi, rispetto a quello che succede a casa. A questo proposito è quindi veramente importante avere una buona intesa tra adulti per prevenire contrasti. 

Un esempio pratico di ciò che succede nella mia scuola a proposito del momento del pasto: invitiamo sempre i bambini almeno ad “assaggiare” e con il tempo alcuni bambini iniziano ad assaggiare anche pietanze che prima evitavano sempre. Questa modalità viene condivisa con il genitore in modo da poter avere una linea di azione comune tra scuola e famiglia. 

A scuola è più facile il mantenimento di regole precise in quanto il tempo è scandito da una routine di cui il bambino non può fare a meno e che costituisce una base rassicurante. È necessario che le educatrici e le maestre si accordino sulle regole e sulle modalità operative e le mantengano uguali con tutti in modo che certi “NO” siano punti fermi delineati per tutti. È proprio a questo punto che si effettua un passo importante per il bambino, cioè assimilare la regola, farla sua per poter crescere.

Un esempio concreto: dopo che il bambino è andato in bagno si deve lavare le mani.  Come faccio a insegnarti questo passaggio importante se non te lo spiego? Allora sto lì con te, ti spiego di prendere il sapone, fare le “bolle”, sciacquare, asciugare. Farò così un po’ di volte e poi con il tempo anche i più piccoli impareranno! Certo richiede fatica, ma questa regola ti apre la porta dell’autonomia, del fare da solo avendo acquisito l’importanza di questo gesto. 

I miei colleghi e anche molti genitori, si stupiscono di come bambini di prima elementare riescano a giocare a Scacchi dopo le prime 3 o 4 Lezioni di 45 minuti. Il Segreto? Ripetere le basi, ripetere e farle ripetere anche ad alta voce a tutti i bambini. Lo ricorderanno meglio.

Maria Montessori diceva segui il bambino! Questo è molto importante. Dobbiamo crescere con il bambino, aiutarlo a fare da se, in modo da aiutarlo nella sua piena autonomia. Allora da questo punto di vista la regola data dall’adulto diventa concreta possibilità di crescita. Rispettiamo le Regole.

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