Il mondo del clubbing oggi è l’assenza dei set live, del floor, del contatto, delle serate nei club . A Roma, una delle capitali europee della musica elettronica, questa è una mancanza che pesa, si sente, anche sulle produzioni. Oltre che per le inevitabili ripercussioni economiche sul settore del clubbing e sul comparto dell’Intrattenimento, le produzioni musicali al tempo del covid sono differenti perché l’ispirazione arriva da prospettiva inedita. Cosi anche per Sirocco e Zefiro, i venti del clubbing sulla pandemia. Sirocco. Lo scirocco magrebino, l’Euro greco e romano, il vento caldo che scorre dall’aurora. Zefiro. Il vento moderato, a volte freddo e mutevole eppure saldo nella sua promessa, il vento che anticipa la primavera, l’araldo del cambiamento.

Uganda: la migrazione non viene dal mare!
Nell'immaginario collettivo italiano le migrazioni avvengono solcando i mari: foto d’epoca ritraggono i nostri bisnonni in partenza su grandi navi per l’America, più recentemente negli anni novanta gli approdi sulle coste pugliesi di cittadini albanesi, ai giorni nostri i “barconi” provenienti dalla Libia. L’Uganda, conosciuta come la Perla d’Africa per la sua natura selvaggia ed impenetrabile, ricca di acqua e di materie prime, non ha sbocco sul mare! .. eppure accoglie oltre 1,4 milioni di rifugiati (stima al 31 gennaio 2021), in prevalenza dal Sud Sudan e dalla Repubblica Democratica del Congo. Una migrazione interna al Continente, una migrazione che non viene dal mare.

L’OIM (IOM) inquadra l’Uganda da più prospettive: uno dei territori africani in cui è possibile applicare “interventi programmatici per il reinsediamento dei rifugiati” con particolare attenzione alle migrazioni forzate provenienti dal Sud Sudan e dalla Repubblica Democratica del Congo grazie al Transit Center di Kampala; uno dei paesi d’arrivo delle migrazioni economiche per cui è necessario mantenere protocolli utili per “la lotta alla tratta e l’assistenza ai migranti” attraverso un controllo puntuale dell’ “immigrazione e la gestione della frontiera”, investendo e interagendo su “politiche e ricerca di opportunità economiche” anche con la gestione del Canada Visa Application Centre.

Il 25 febbraio 2021 l’Operation Portal Refugee Situations dell’ONHCR pubblica Uganda: 9th Refugee Engagement Forum Report, il report del forum online ( dal 2 al 4 dicembre 2020 ) sulla situazione e il coinvolgimento dei rifugiati anche in prospettiva degli interventi programmatici necessari per il loro reinsediamento. L’impatto del Covid-19 è stato tra gli argomenti d’apertura del forum. Impatto “sulla comunità dei rifugiati, in particolare sui mezzi di sussistenza” e su come tutti i partner UN “si sforzassero di sostenere i rifugiati in attività generatrici di reddito, come la produzione delle mascherine“. Il report offre una prospettiva inedita anche riguardo l’organizzazione delle comunità chiamate ad ospitare i migranti forzati, un’organizzazione che la pandemia ha ulteriormente rafforzato consolidando “il ruolo dei leader della comunità perché sono gli occhi e le orecchie del gruppo che rappresentano“. Dai leader delle comunità arrivano i nomi dei candidati per le elezioni annuali dei rappresentanti dei rifugiati supervisionati dalla task force REF “un organo tecnico che pianifica/organizza le elezioni dei rappresentanti al gruppo direttivo CRRF, coordina le attività e mobilita i finanziamenti per le riunioni con funzione di segretariato del REF“.

Alcune delle cose – molte – che non conosciamo dell’Uganda sono nell’ordine del giorno per la riunione del direttivo CRRF:

  • Piano di risposta all’istruzione, inquadrati con esercizi di monitoraggio finanziario per fare “il punto su quanti fondi sono in movimento per sostenere l’istruzione e quali partner stanno accedendo ai finanziamenti per sostenere il Piano“.
  • Sviluppo di un piano di risposta all’energia sostenibile con la partecipazione attiva del Ministero dell’Energia e dello Sviluppo Minerario “attualmente sul campo per raccogliere input dagli stakeholder sul Sustainable Energy Response Plan (SERP)”. L’obiettivo è di aumentare “l’energia per l’agricoltura e l’industria riducendo i rischi di protezione e l’uso dell’inquinamento nelle aree in cui si trovano gli insediamenti dei rifugiati“.
  • Proseguimento del piano sanitario in risposta al Covid con “il rafforzamento degli operatori sanitari basati sulla comunità e il mantenimento delle procedure operative standard per il contenimento della pandemia“. Il tema pandemico proseguiva l’impegno già concordato nella riunione precedente del 13 ottobre 2020, tema che comprendeva anche il contenimento della malaria (per quattro insediamenti) e il trasferimento della gestione delle strutture sanitarie dai partner al governo ugandese.

Attualmente in Uganda ci sono 5 piani di risposta operativi supportati e supervisionati dall’UN, alcuni suddivisi in piani di risposta settoriali. Il più importante è il progetto idrico nazionale, sia come progetto in sé che come indicatore di protocolli economici trasversali a più aree gestionali. La via delle migrazioni in Uganda a differenza di quella kenyana ha un’unione d’intenti più comunitaria.

Il Kenya delle migrazioni è multietnico e, in una certa misura, è anche un osservatorio naturale dei flussi migratori in atto sul continente africano. Crocevia di migrazioni interne, forzate, internazionali, questa nazione fu oggetto d’indagine nell’anno chiave dell’incremento d’attività dell’estremismo islamico. Nel 2015 il Kenya accoglieva un milione di immigrati, per la maggior parte continentali, due terzi dei quali avevano scelto il Kenya per motivi lavorativi, economici o per le opportunità d’istruzione altrimenti inottenibili nei paesi di origine. Il terzo rimanente era rappresentato da rifugiati provenienti da zone di guerra o di alta instabilità sociale. Nel 2020 i cambiamenti più significativi riguardano la percezione del territorio a livello internazionale. – Il Kenya delle Migrazioni continentali

Per la sua posizione geografica l’Uganda si trova al confine dei transiti migratori continentali, a ridosso di aree con maggiori instabilità sociale, ma a differenza di altri territori anche limitrofi ha nel suo potenziale economico la forza motrice necessaria ad attirare interessi economici programmati e programmatici a lungo termine che non trovano pause in situazione di crisi ma che, al contrario, rinnovano l’impegno allo sviluppo e alla sostenibilità della nazione. In questi termini la via delle migrazioni ugandese può essere considerata più come la proposta di un’unica strada traversabile dalle migrazioni forzate ed economiche che come un crocevia di migranti da controllare quando non contenere. Un’unica strada con più uscite proponibili: inclusione, reinsediamento, opportunità.

dataset UNHCR sugli arrivi delle migrazioni forzate in Uganda al 31 gennaio 2021

L’immaginario collettivo ad oggi fa un’istantanea temporale dell’Uganda che non è più attuale. Non è un territorio instabile, è certo una nazione che ha bisogno di partecipazione e supporto attivo nel suo percorso di crescita, così come una nazione governata a volte con violenza per mantenere un equilibrio di potere utile a “vendere” l’immagine di un Uganda stabile e quindi partner affidabile per la comunità internazionale. Anche così però siamo in presenza di un’immagine distorta perché mancante di profondità. Il tema dei rifugiati in Uganda non è un tema solidale ma economico, laddove si considerano i migranti forzati come possibili futuri cittadini del paese. Gli interventi programmatici di inclusione supportati dall’UN in concordato con il governo ugandese hanno come obiettivo quello dell’integrazione ma non necessariamente: il rifugiato è preparato, formato, per un possibile rientro nella sua nazione d’origine ma non per questo la sua permanenza in Uganda ha una data di scadenza. La politica di accoglienza dell’Uganda agisce di conseguenza: i campi di accoglienza sono considerati più degli insediamenti (refugee settlements) ben distanti da mostri come Dadaab.

Dadaab, il più grande centro di accoglienza del mondo, o altrimenti la più grande prigione a cielo aperto del mondo, ha una storia di oltre 30 anni seppure non presente sulle mappe geografiche come punto di riferimento delle rotte migratorie africane. La questione sulla gestione dei flussi forzati – continentali o internazionali – raggiunse il suo apice nel 2016. Tra le motivazioni scatenanti il caso Dadaab era sottintesa anche la priorità di monitorare i potenziali centri di reclutamento o di transito verso il nord Africa dell’estremismo islamico. Per capire l’attualità di Dadaab oggi, sulle rotte di transito delle migrazioni forzate, può aiutare una delle storie recenti documentate da Medici Senza Frontiere

Gli insediamenti dei rifugiati sono considerati e strutturati come villaggi, quelle comunità ben trattate dal report UNHCR, in cui è promossa l’iniziativa, la produzione e il commercio, il tutto inquadrato nel settore dell’agricoltura. Il percorso di un rifugiato in Uganda inizia con il diritto riconosciuto di accesso all’istruzione e ai servizi sanitaria senza essere subordinato alle esigenze della popolazione locale. La concessione di una piccola proprietà terriera è il passo successivo: un luogo dove abitare e sviluppare un’attività agricola di semplice sussistenza supportata dagli aiuti alimentari garantiti dai partners UN.

La politica di accoglienza dell’Uganda ha conseguenze dirette sullo sfruttamento delle risorse naturali. Dal bene primario, l’acqua – da cui il piano di risposta idrico che risponde ad un aumento dell’inquinamento delle acque dovuto all’incremento demografico nei territori deputati agli insediamenti – alle materie prime necessarie per le infrastrutture base (costruzioni, viabilità) e a quelle necessarie per lo sviluppo di beni stanziali quali sono quelli prodotti da agricoltura e, necessariamente, dall’allevamento qui inquadrato tra i beni primari di sussistenza. L’accoglienza ha ugualmente conseguenze sulla popolazione locale in termini di sviluppo e opportunità sul territorio: migliorare le aree d’insediamento produce benefici tanto per i rifugiati quanto per la popolazione in generale, questo nel tempo ha permesso al governo di convogliare indotti finanziari stabili dai partner UN e su di essi quantificare le percentuali d’investimento da assegnare ai rifugiati non per sussistenza, ma per sussistenza e sviluppo di opportunità. La self-reliance in Uganda ha un valore proprio e compiuto nell’offrire ai migranti forzati tutti gli strumenti necessari per diventare economicamente autonomi. Ogni rifugiato che può provvedere a se stesso sposta il suo peso economico dal “passivo” dell’accoglienza all’ “attivo” di contribuente alla crescita economica del paese d’accoglienza.

Le migrazioni economiche in Uganda incontrano quelle forzate in un connubio inedito. Il migrante economico spesso sposa progetti solidali – d’intervento sul territorio – affatto slegati da progetti economici e ben attento alle esigenze sull’altro lato della strada, quello delle migrazioni forzate. L’uno non esiste senza l’altro: lo straniero è ben accetto in Uganda a patto che con il suo lavoro contribuisca anche alla crescita del paese, in caso contrario il suo contributo è malvisto e osteggiato. Così come un rifugiato non è libero di spostarsi arbitrariamente nella nazione senza il permesso dell’autorità, allo stesso modo uno straniero è invitato a spostarsi se la sua attività è coerente a quanto “promesso”. I controlli in questo senso sono molto flessibili: gli spostamenti quotidiani per lavoro sono riconosciuti e accettati con o senza permesso.

Quando l’UN si riferisce a investimenti programmatici, a Piani di risposta, lo fa in comunione con Il Piano di Sviluppo Nazionale dell’Uganda che definisce la direzione strategica a medio termine della nazione tra priorità di sviluppo e strategie di attuazione. Medio termine, in contesti nazionali, significa piani a cadenza triennale o quinquennale, ben più di una bussola orientativa. Attualmente è in atto il 3° PND che segue quello del quinquennio 2015-2020 e che persegue lo stesso obiettivo a lungo termine di cui i singoli PND ne rappresentano l’ “ammortizzazione operativa”. Il terzo Piano di Sviluppo promuove la spinta dell’Uganda a nazione con status quo in fascia di reddito medio. A questo PND seguiranno altri 4 Piani quinquennali fino al limite d’orizzonte identificato nell’Uganda Vision 2040.

Il lago Vittoria, con le sorgenti del Nilo, le Murchinson Falls, dove Ernest Hemingway per ben due volte in una giornata incappò in un incidente aereo.

Il noto film The last King of Scotland che ripercorre la follia del dittatore Idi Amin Dada che guidò il paese negli anni ’70 del secolo scorso.

Il Lord Resistance Army del ribelle e sanguinario Joseph Kony.

La figura indimenticabile del Vittorione, un italiano fuori dall’ordinario che qui portò generi alimentari e non nei periodi più difficili tra guerre e carestie: 147 viaggi in Uganda dal 1972 al 1994. “I poveri non possono aspettare. Chi ha fame ha fame subito” è la frase più nota di don Vittorio. Vittorio Pastori fece della sua missione verso gli emarginati un connubio tra aiuto spirituale e materiale, riportando ogni suo viaggio ai gruppi e alle comunità cristiane e non in Italia.

Medaglia realizzata nel 1997 per il venticinquesimo anniversario della Ong African Mission di Piacenza.

Questi sono alcuni flash per cui l’Uganda è passato alla storia. Dal punto di vista sportivo la storia l’ha fatta Stephen Kiprotich quando nel 2012 vinse la maratona Olimpica di Londra e nel 2013 il titolo mondiale sempre sulla distanza regina dei 42 chilometri. Come accade con il Kenya, è di nuovo l’informazione extra-continentale a condizionare l’immagine dell’Uganda e ad influenzare l’immaginario di chi non ha mai visto il territorio.

Il Kenya è il crocevia delle migrazioni continentali, particolarmente alimentato da motivazioni economiche, e del transito delle migrazioni forzate. Quando si tratta di migrazioni, la percezione occidentale è orientata verso racconti di esodi, guerre, fuga da fortissime instabilità sociali e resta a margine l’elemento narrativo più importante: la realtà delle migrazioni economiche che dominano sulle percentuali di quelle forzate. Ugualmente, quando si parla di cooperazione, missioni umanitarie, esperienze solidali, si è fortemente condizionati ad immaginare contesti d’emergenza: siamo impreparati a guardare da una prospettiva di opportunità, di scambio, in cui le migrazioni possono essere un valore aggiunto per tutti. Così guardiamo anche a quelle iniziative che coniugano sport a partecipazione sociale, percependole come siamo stati abituati: iniziative circoscritte a contesti specifici, settoriali, che sfiorano appena il tessuto sociale di sfondo senza lasciare un’impronta duratura. Valutiamo queste iniziative da una prospettiva occidentale in cui predominano intenzioni culturali e di marketing associate ad obiettivi solidali a termine, quando non speculativi.

da Il Kenya delle migrazioni continentali

In Uganda, l’impegno internazionale e quello prodotto dalle migrazioni economiche ha incentivato iniziative locali impegnate a sostenere le necessità e le attività di persone diversamente abili., un contesto in cui si distinguono in particolare le organizzazioni non governative anche con attività sportive come nel caso di Combrid – Friends of Disability e CEIL – West Nile che hanno attratto interessi solidali concreti dall’Italia. “In Uganda lo stigma della disabilità è ancora molto forte” – ricorda Marco Rampi, che ha toccato con mano la realtà del paese come presidente di AFRICA&SPORT – “la disabilità è vista come una forma di maledizione e le persone vengono spesso rinchiuse in casa faticando a partecipare alla vita sociale della comunità“.

Disability is not inability

Le attività di supporto a Combrid e CEIL, racconta Marco Rampi, ci hanno visto impegnati su diversi livelli. Oltre l’aspetto prettamente economico, la parte più importante è il supporto organizzativo-gestionale offerto ad entrambe grazie alle competenze che i volontari della nostra associazione possono apportare. Il tutto sempre in una logica di affiancamento il più possibile “alla pari”, senza cadere nei “tranelli” di una cooperazione “top-down”. Cooperare vuol dire imparare da tutti, non siamo solo insegnanti ma anche studenti. Il tema della disabilità si intreccia giocoforza con la cultura locale. Credenze ancestrali ancora forti nella società portano a vedere le persone disabili come una maledizione, un segno di peccati da espiare che diventa motivo per nascondere alla società questo spaccato di realtà. Lo sport porta consapevolezza delle proprie capacità, fa cresce l’autostima ed aiuta ad uscire dall’anonimato.

In Uganda ci siamo concentrati sull’attività sportiva come strumento di emancipazione per le persone diversamente abili. Lo stigma della disabilità (motorie, sensoriali e mentali) è ancora molto forte, l’attività sportiva è un modo per portare fuori di casa queste persone, tenerle impegnate, dare degli obiettivi e far vedere alla comunità tutta le abilità che ogni essere umano può sviluppare. Il 23 novembre 2018 eravamo ad Arua quando sulla nostra pagina facebook abbiamo presentato i beneficiari dei nostri progetti di inclusione sociale attraverso lo sport: 155 ragazzi disabili delle scuole primarie di Edeofe e Mvara Demostration school. – Marco Rampi: il nostro impegno per l’Africa attraverso lo sport

Arua, nord dell’Uganda. CEIL – Community Effort for Inclusive Living. Nel West Nile, “la disabilità fisica e sensoriale è molto diffusa e riguarda l 5% della popolazione, già al momento del parto, a causa di strutture sanitarie difficilmente accessibili o con personale non adeguatamente qualificato, il rischio di danni neurologici è alto” – L’unione fa la forza, Mondo e Missione, primo febbraio 2018 – “Poi, tra le cause principali si segnalano le malattie infettive in primis malaria cerebrale e meningite, traumi conseguenti a incidenti stradali e sul lavoro, ustioni, episodi di violenza e disastri naturali“. L’impegno è costante e pratico. Copre non solo l’inclusione sociale ma anche contesti sanitari e medici. Pratico quanto l’impegno di AFRICA&SPORT, così come descritto dal CEIL. “Nello specifico le principali finalità del progetto riguardano il miglioramento della mobilità delle persone con disabilità fisica grazie alla fornitura di ausili come stampelle, sedie a rotelle o tricicli; l’accesso ai servizi sanitari e di fisioterapia; la formazione tecnica indirizzata a sviluppare attività generatrici di reddito come la realizzazione di oggetti di artigianato e la collocazione degli stessi sul mercato“.

Istantanea di oggettistica artiginale in progess – foto AFRICA&SPORT

Lo sport come veicolo sociale e volano culturale, economico, allora è anche l’occasione d’incontro tra iniziative di solidarietà sociale ed iniziative di marketing solidale. Respiro internazionale, come quello dell’Inter Campus con i suoi oltre 12 anni di attività.

Il progetto Inter Campus in Uganda prende avvio nel 2008 supportando un progetto dell’onlus italiana Medici con L’Africa Como con l’obiettivo di migliorare l’accesso alle cure, specialmente per le fasce più povere. Il progetto con la sua longevità è un esempio concreto di come lo sport oltre che attività fisica è strumento per avvicinare e coinvolgere le persone. A Nagallama già dal 2013, vicino alla capitale Kampala, e ad Angal, nel nord ovest del paese, il pallone aiutava i bambini a socializzare e ad accedere ai servizi sanitari di base. Nella logica di un progetto che deve auto-sostenersi nel tempo, altrettanto importante è l’attività formativa per far crescere allenatori locali. Un confronto importante ed uno scambio di know how che va oltre l’aspetto prettamente tecnico.

Lo sport sta svolgendo un ruolo importante come collante della società ugandese e come opportunità per sviluppare le capacità fisiche e cognitive dei più giovani. L’augurio è che questo sano spirito sportivo possa diffondersi anche a livello politico, dove i venti di un regime sempre più ancorato al potere portano a concepire il confronto in maniera unidirezionale senza scampo per il nuovo che avanza. Non dimentichiamoci che oltre il 50% della popolazione ha meno di 20 anni … ed il presidente Yoweri Museveni ha 76 anni e governa ininterrotamente l’Uganda dal 1986.

 

Migranti

Progetto Intruder di divulgazione informativa sviluppato in concerto da più autori e fonti, Migranti si propone di raccontare il continente africano con gli occhi delle migrazioni di chi l’Africa l’ha vissuta e la vive ogni giorno per lavoro, per passione, per scelta di vita. I contenuti di Migranti sono sviluppati secondo gli standard previsti dalla nostra Legacy e pubblicati sotto Licenza Creative Commons BY-NC 4.0.

25 gennaio 2021 - Con gli occhi delle migrazioni introduce l'argomento trattando del significato comune attribuito al termine migranti nel corso degli ultimi anni, anche associato a quello di profughi.

Per approfondire le tematiche trattate vi invitiamo a consultare le documentazioni prodotte dagli enti e le organizzazioni nazionali e internazionali di riferimento.