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Le Multinazionali in Italia

Quando un grande gruppo può essere identificato come multinazionale. Passaggi di proprietà, fusioni e la corte degli altri Stati possono depauperare il patrimonio di ricchezza, conoscenza e prospettive che i Grandi gruppi e le multinazionali conservano e rappresentano per il loro Paese dopo l’impatto delle crisi di inizio secolo sulle aziende meno reattive.

Le Multinazionali in Italia

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L’opinione pubblica riconosce una multinazionale come tale quando opera su più mercati, ha una solida leadership di settore ed è ricca abbastanza per potersi espandere e non poter essere viceversa acquisita facilmente da concorrenti. Ben poche industrie italiane hanno mantenuto questo status che potremmo chiamare di potenza economica multinazionale. Molte grandi aziende italiane hanno accompagnato il Paese e ne sono state sostenute dalla sua crescita dalla fine della Seconda Guerra Mondiale (2GM) all’unione monetaria (2002); non molte purtroppo sono passate indenni da questo primo ventennio del secolo, economicamente deludente per la nostra penisola.

La crisi dei mercati finanziari internazionali iniziata con il crollo del segmento americano dei mutui nel 2007 e che investì l’Europa nel 2008 ha colpito con particolare ferocia il tessuto produttivo nostrano per il triennio successivo. Le conseguenti disoccupazione e lavoro nero, difficoltà delle microimprese, scadimento dei servizi, hanno impattato in modo diretto sulla vita dei cittadini, delle famiglie, delle comunità. La riduzione dei consumi di qualità e la erosione dei risparmi hanno contribuito a ridurre le disponibilità delle aziende basate in Italia, fiaccandone il vigore.

Ben poche realtà industriali hanno mantenuto le capacità espansive promesse nei decenni precedenti. Così è avvenuto che molte aziende, anche di grandi dimensioni, siano passate di mano entrando a far parte di grandi gruppi stranieri. Ad esempio Parmalat che non regge la dissennata gestione dei Tanzi e che nel 2011 passa alla francese Lactalis – secondo gruppo transalpino dell’agroalimentare dopo Danone – oppure Pirelli che nel 2015 passa alla gestione Tronchetti Provera e che nel 2020 apre a ChemChina. Lo stesso percorso fatto con meno scossoni da altri gioielli dell’industria italiana come Ducati – Gruppo Finmeccanica dal 1970 al 1983 – che passa in mani tedesche nel 2012, oppure Magneti Marelli che nel 2019 diventa di proprietà giapponese.

Altre aziende come FIAT – oggi Gruppo FCA o forse già Stellantis – invece hanno potuto mantenere il proprio carattere autoctono e in alcuni casi prosperare a dispetto della situazione generale mantenendo il loro posizionamento sul mercato, ma l’acquisizione di altre compagnie, economicamente e finanziariamente più importanti della stessa Capogruppo, nonché lo spostamento delle sedi fiscali in Paesi con tassazione meno ostile, legittimano il dubbio che stiano perdendo il radicamento col territorio natìo.

FIAT. Luglio 2006. Era il periodo della Grande Punto che aveva procurato utili superiori alle aspettative degli analisti del Gruppo, dichiaratamente orientato ad investire sui mercati emergenti e non. Era il periodo dell'intesa con il Crédit Agricole e dell'accordo con i russi della Severstal per la produzione e la distribuzione del Ducato anche per l'export. E c'era interesse pratico ad investire in Cina.

Fine 2009. Era trascorso poco più di un anno dall'inizio della crisi dei mercati finanziari e l'Europa impattava con l'onda d'urto economica che apriva alla recessione che continuò per il biennio successivo. La crisi aveva già dimezzato la richiesta di auto sul mercato, portando Sergio Marchionne a dichiarare: "Abbiamo sei stabilimenti in Italia e quello che facciamo qui è l'equivalente di quello che facciamo in una sola fabbrica in Brasile Questo non ha nessuna logica industriale". Sotto i riflettori del bilancio del Gruppo c'era soprattutto lo stabilimento di Termini Imerese, considerato sacrificabile perché l'indotto poteva gestire "la produzione di un modello alla volta con costi di produzione superiori rispetto agli indotti polivalenti".

Il 1° gennaio 2011, la scissione parziale FIAT S.p.a. / FIAT Industrial S.p.a. garantiva al lingotto la flessibilità operativa mentre Termini Imerese restava il grande nodo irrisolto del Gruppo globalizzato dalla visione di Marchionne. Il 30 marzo 2012 Marchionne sottolineava l'anacronismo del welfare italiano al tempo dell'Articolo 18, dello stato assistenzialista con chiaro riferimento al vissuto di Termini Imerese, dimenticando che non avrebbe potuto delocalizzare e globalizzare il modello Fiat senza quel welfare.

Ogni storia di successo è ovviamente il risultato del concorso di molti fattori. Un’indagine condotta da Il Sole 24 Ore con Statista ed avente ad oggetto aziende non solo industriali ma di ogni tipo e dimensione, individua nove leve del successo in tempi di crisi: servizi digitali; sviluppo dell’e-com; internazionalizzazione; qualità assoluta; ritorno alla natura; riscoperta delle tradizioni; innovazione tecnologica; attenzione al sociale; retail ambizioso. Pluralità di mercati, possibilità di investimenti e management particolarmente capace sono tutti fattori che si possono ritrovare più facilmente nelle multinazionali.

La definizione di multinazionale è un esercizio ascientifico: per alcuni è requisito sufficiente avere una succursale produttiva in un Paese straniero, altri vi aggiungono la necessità di un mercato domestico; altrove v’è una più evidente commistione con concetti giuridici e viene richiesta una sede estera che sia un centro decisionale autonomo ma coordinato dalla Capogruppo. Accettare l’una o l’altra definizione può essere utile per diversi fini: ad esempio, per dimostrare la prosperità di un settore ovvero la sua crisi, per aumentare il fatturato di una determinata categoria di imprese ovvero ridurlo, per dimostrare l’avanzamento inesorabile della globalizzazione ovvero staccare l’allarme per un fenomeno alla fin fine non tanto rilevante.

La definizione di multinazionale comunemente accettata indica genericamente le imprese che esercitano attività in diverse nazioni. Tali attività devono inoltre essere rilevanti in relazione a quella complessiva dell’impresa, ossia produrre nel Paese straniero un valore aggiunto importante per il Gruppo. Infine sono necessari due requisiti perché un’impresa sia definibile come multinazionale: un primo di tipo strutturale, ossia che la società capogruppo possegga più del 50% dei voti spettanti agli azionisti o comunque detenga il diritto di nominare la maggioranza dei componenti degli organi direttivi delle società dipendenti, ovviamente ubicate in località differenti dalla propria; un secondo requisito, di tipo organizzativo, è identificato nella gestione integrata e centralizzata sia delle operazioni domestiche che di quelle nelle diverse parti del mondo.

La situazione dei grandi gruppi basati in Italia è fotografata annualmente dall’Area Studi Mediobanca, che riunisce l’Ufficio Studi di Mediobanca e la controllata MB Ricerche e Studi S.p.A. Nella Top 20 per fatturato riportate in Le Principali Società Italiane – un’analisi comprensiva di 1049 Gruppi e 2400 Imprese suddivise secondo l’attività prevalente – 8 gruppi multinazionali sono a controllo pubblico e ben 6 a controllo estero.

Il dato tuttavia, deve essere ponderato con le scelte metodologiche che la stessa Area Studi specifica: sono esclusi dalla graduatoria quei gruppi riconducibili a proprietà italiane ma che redigono il bilancio consolidato all’estero. Ne deriva un quadro la cui gravità è in parte edulcorata.

Multinazionali dunque, ma di quali specie?

  • Vi sono aziende la cui internazionalizzazione formale segue l’evolversi del business e le necessità di ottimizzare spese e organizzazione ovvero di aderire a vincoli dettati dai governi ai mercati in cui si vuole entrare.
  • C’è chi delocalizza gli impianti produttivi per vendere negli abituali mercati marginando maggiori profitti e in tal caso assistiamo ad es. all’apertura di impianti FIAT in Serbia, dove l’azienda può usare manopera ad un costo inferiore ed una legislazione del lavoro più favorevole. Una forma di dumping sociale, che include sia le retribuzioni che i diritti dei lavoratori, che risulta particolarmente vantaggiosa per le aziende e gli Stati ospitanti, ma che include un severo rischio per il mondo del lavoro, spingendo l’equiparazione dei diritti e dei salari verso il basso.
  • Ci sono poi le multinazionali dell’energia, che necessariamente aprono stabilimenti laddove le materie prime abbondano e certamente approfittano, laddove possibile, di più favorevoli condizioni contrattuali e fiscali.

Il tipo più comune è probabilmente la delocalizzazione fittizia ma legale, ossia quella fiscale. Aziende senza nessun particolare legame con un territorio vi stabiliscono la sede formale dell’azienda, decidendo di accettare la corte che i governi locali attuano attraverso pratiche che sono descrivibili come dumping fiscale: vengono cioè predisposti schemi fiscali particolarmente convenienti con possibilità di farne altresì mercato. È di attualità la politica del governo olandese, capace di sottrarre – legalmente – molti miliardi di euro a popoli più operosi ma meno furbi.

L’apertura dei mercati, delle frontiere, la libera circolazione finanziaria ha trasformato gli Stati in una forma simile a un prodotto qualsiasi, non solo per quanto riguarda il mercato dei titoli di stato ma anche per la capacità attrattiva di sedi di aziende.

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