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Questioni di referendum: la firma digitale tra cannabis e green pass

Come accadeva con il nichilismo di Matera, Il Foglio apre ancora all’opinione e “offre un altro titolo giovane e fresco: ‘fumarsi un referendum’. Non leggerete la ragione per vietare scelte che non danneggiano altri, ma la fake news che il referendum autorizza a guidare ‘strafatti di cocaina’ (giuro)” – Marco Cappato, tweet del 17 settembre, aggiungendo in risposta al tweet “Per completezza: la fake news sulla cocaina è a firma Alfredo Mantovano, non è un editoriale del giornale. La paginata offre anche lettere con opinioni a favore. Se la fake news sarà smentita lo sapremo domani”. Errore di nome a parte, Alberto invece di Alfredo, il fact check di pagella politica rispondeva alla forte critica di Alfredo Mantovano riguardo “il referendum sulla depenalizzazione della coltivazione della cannabis e di altre sostanze stupefacenti, definendolo una «frode»”. Passato sotto silenzio politico, il successo del primo referendum digitale sulla cannabis in meno di 24 ore è stato strumentalizzato nel contrapposto alle diverse proposte referendarie riunite sotto il cappello “abolizione del green pass”.

Nel giorno delle 500.000 firme sul #ReferendumCannabis, #Salvini e #Letta litigano sui #tamponi gratuiti. Sempre sul pezzo i ragazzi. Firmate e donate pure tanto non si accorgeranno di nulla” – twittava Marco Cappato il 18 settembre. La prima risposta concreta dal mondo politico arriva dal PD, qui in un articolo de la Repubblica il cui contenuto è riservato agli abbonati del quotidiano: “Aumentare le sottoscrizioni minime e rivedere il quorum” – riporta l’incipit dell’articolo, introducendo la posizione del deputato Stefano Ceccanti che spegnerebbe “gli entusiasmi sul boom di adesioni arrivate dopo il via libera alla firma digitale” pur non esprimendosi sui contenuti del referendum sulla cannabis, “non ho ancora visto il quesito“, ma schierandosi contro l’eutanasia dichiarando “di non aver fimato il referedum per un motivo ben preciso: fli esiti concreti sono difficilmente conciliabili con la Costituzione“. Solo l’inverno scorso, il 22 gennaio 2021, il Gruppo Editoriale GEDI offriva ampio spazio all’ipotesi di legalizzazione delle droghe leggere, argomentando la posizione del Procuratore Nazionale Antimafia Federico Cafiero De Raho: “Si sottrae terreno al traffico internazionale“.

Se il silenzio politico attorno al referendum sulla cannabis ha sollevato questioni come quella sottolineata da Emma Bonino così come proposta dall’Ansa –  “C’è poi l’imbarazzo dei grandi partiti progressisti, che ancora non ho capito dove si collocano. Per adesso c’è un silenzio scomodo, imbarazzato, me lo aspettavo. Da 30 anni per loro non è la priorità, non è il momento giusto o non è il modo giusto” – la proposta referendaria sull’abolizione del green pass promossa “sulla scia di quanto successo per i quesiti referendari su cannabis ed eutanasia che hanno raggiunto in pochissimi giorni la quota di 500 mila firme necessarie a sostenere le sottoscrizioni” – riporta Open oggi, è fondata sulla speranza “di ottenere altrettanto coinvolgimento anche per dire no al Green pass obbligatorio. ha sollevato questioni sui pericoli dei referendum digitali“. Una proposta che trova pronta reazione per il pericolo “di trasformare lo strumento di democrazia diretta in un meccanismo di sostegno e di fomento per cause di matrice No vax“. Un pericolo, quello delle firme digitali per i referendum, che spaventa se le firme sono utilizzate come “scorciatoie per temi delicati“.

Tra i primi ad approfondire il tema sulla cannabis da prospettiva referendaria, non un quotidiano italiano ma un media statunitense, l’edizione CNN del 18 settembre: “Il consumo di cannabis non è reato secondo la legge italiana ed è consentita la marijuana per scopi medici. Tuttavia, l’acquisto, la vendita e la coltivazione di massa dell’erba sono illegali e i commercianti rischiano fino a 10 anni di carcere se condannati. “È un paradosso, come se lo stato attribuisse l’intero fenomeno alla criminalità organizzata”, hanno affermato gli attivisti. “Legalizzare non significa promuovere il consumo ma renderlo più sicuro e informato. Se la cannabis fosse legale, il suo uso garantirebbe ai pazienti che la usano per alleviare dolori di non dover affrontare mai più un tribunale“. Comunque improponibile un confronto con il referendum green pass, la risposta del Generale Francesco Paolo Figliuolo sull’ipotesi referendaria sintetizza il valore delle firme digitali: “Tutti gli strumenti della democrazia quando vengono adottati vanno bene quindi, ok. Io sono per la Costituzione. Decideranno i cittadini sulla base delle loro scelte” – La Stampa, oggi.

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